IRIDOLOGIA: COSTITUZIONE NEUROGENA 

COME SI PRESENTA 

E’ un iride caratterizzata da fibre radiali a raggi tese

CARATTERISTICHE PSICOLOGICHE

1. Alta prevalenza della funzione pensiero sulle altre funzioni psichiche.
2. Sono persone che pensano sempre, qualsiasi attività e avvenimento viene valutato e rivalutato, hanno continuamente la mente in attività, leggono molto, tendono a rimuginare.

PSICOSOMATICA DEL NEUROGENO

• Alla base ci possono essere livelli alti di dopamina
• Sono facili da riscontrare in chi opera nel sociale
• Instancabili madri che tengono unita la famiglia e che hanno tutto sulle sue spalle
• Uomo d’affari che tende a lavorare fino a tarda sera
• Persone che non si prendono una vacanza e che assumono troppa caffeina per le surrenali
• Tendono a concedersi poco tempo e hanno meno opportunità di scaricare lo stress
• Devono imparare a rilassarsi a concedersi delle pause e disperdere le pressioni
• Sono cinestetici: comunicatori, orientati verso l’azione e pratici
• Molto sensibili tendono a tenersi tutto dentro
• Oppongono resistenza a situazioni e opportunità positive
• Difficili da consigliare perché pensano di sapere di più

SINTOMI E TENDENZE DELLA COSTITUZIONE

• Irritabilità e debolezza del sistema nervoso
• Malattie dei nervi, neurastenia
• Insonnia
• Emicrania vasomotoria
• Patologie del sistema nervoso, esaurimenti, senilità precoce
• Eventuali psicosi se si presenta uno schiacciamento pupillare
• Attacchi cerebro-vascolari
• Interferenza del pensiero sul sentimento

CONSIGLI UTILI PER SUPPORTARE LA COSTITUZIONE

• Avena sativa (aumenta la delta 5 avenasterolo) supporto surrenalico
• Lecitina per fosfatidilcolina: supporto mnemonico e abbassamento del cortisolo in eccesso
• Cereali integrali, ricchi in vitamine del gruppo B e minerali (magnesio, cromo, zinco, ecc.)
• Avena, orzo, grano saraceno, quinoa

DA EVITARE SOSTANZE NERVINE E CABOIDRATI RAFFINATI

• Zuccheri (depletano minerali utili)
• Caffeina (aumenta l’adrenalina in circolo, nociva per la costituzione)

FITOCOMPLEMENTI UTILI PER LA COSTITUZIONE

• Tiglio
• Scutellaria
• Withania somnifera
• Passiflora
• Valeriana (ricca in calcio, sedante e stimolante la produzione di GABA)
• Adattogeni: astragalo, liquirizia, lapacho

ESERCIZIO FISICO LEGGERO

• Corsa leggera (attivazione del vago o parasimpatico dopo l’esercizio con conseguente rilascio di endorfine, ormoni sedativi).
• Danza: il soggetto neurogeno ha necessità di staccare la “spina” e concedersi maggiormente dei momenti di relax. Il ballo e la danza risultano estremamente efficaci in tal senso.
• Respirazione (Vipassana) e Mindfulness: il soggetto neurogeno necessita di ascoltarsi, di sentire i propri bisogni, di ascoltare le emozioni e la parte istintuale. Grazie a determinate tecniche (quelle descritte precedentemente), tutto questo potrà realizzarsi.

VALUTAZIONE DELL’ENERGIA VITALE PER LA NOSTRA SALUTE

In attesa che un giorno possa esistere uno strumento in grado di misurare l’energia vitale, dobbiamo affidarci ad un metodo soggettivo, dove lo strumento è un uomo dotato di sensibilità radiestesica (il pendolo o biosensor sono ottimi amplificatori di questa sensibilità).

Un soggetto dotato di alcune qualità potrà osservare l’aura e così quantificare il livello energetico della persona. Per coloro che non hanno queste capacità innate, una possibilità è rappresentata dal BIOMETRO DI BOVIS, dal nome dello studioso che l’ha ideato.

La scala di BOVIS va da 0 a 10.000. Inizialmente questo studioso usò come unità di misura l’Angstrom, (1 Angstrom equivale a 10 milionesimi di millimetro), dato che viene misurata una vibrazione, una lunghezza d’onda. La contestazione dei fisici ha portato a chiamare l’unità di misura il BOVIS o UNITA’ BOVIS.

 

ANDRE’ SIMONETON, SCALA DI BOVIS ED ENERGIA VITALE DEGLI ALIMENTI

L’ing. francese Andrè Simoneton (gravemente ammalato e senza speranza di guarigione, riacquistò la salute con il vegetarismo) era un esperto in elettromagnetismo, e negli anni ’30 e ’40 collaborò allo studio della vibrazione degli alimenti utilizzando i lavori di altri importanti ricercatori. Ogni alimento, come ogni essere vivente, oltre ad avere un potere calorico (chimico-energetico) ha anche un potere elettromagnetico (vibrazionale). Servendosi di apparecchiature scientifiche, misurò la quantità di onde elettromagnetiche degli alimenti, classificandoli in base a queste.

Poiché tutto ciò che vive, compreso il nostro organismo, emette radiazioni, egli si chiese quali radiazioni lo indeboliscono e quali lo fortificano.  Per portare avanti le sue ricerche usò un contatore Geiger, una camera ionizzante di Wilson, il BIOMETRO DI BOVIS, che è graduato in Angstroms (A) e può misurare anche le onde che sono lunghe solo un decimilionesimo di millimetro.

Con tali strumenti fu in grado di stabilire che ogni essere umano emette delle radiazioni attorno ai 6200/7000 Angstroms (questa lunghezza d’onda corrisponde al colore rosso dello spettro solare). Constatò anche che al di sotto dei 6500 A l’organismo non può più mantenersi in buona salute e compare la malattia.

Per mantenersi con vibrazioni ad una lunghezza d’onda superiore ai 6500 A (verso l’infrarosso) il nostro organismo deve continuamente adattarsi all’influenza di ogni specie di radiazioni, siano esse dovute a: pensieri, emozioni, alimentazione, medicamenti, radiazioni cosmiche, solari, terrestri, ecc. Un ruolo assai importante, per il mantenimento della buona salute, viene pertanto rivestito dagli alimenti, dalle bevande, dal modo di vita e dall’ambiente in cui si vive.

Prove di laboratorio, effettuate su animali, hanno dimostrato che  gli alimenti sintetici, pur fornendo un’alimentazione equilibrata dal punto di vista qualitativo e calorico, non è sufficiente per fornire  uno sviluppo normale. Questo significa che oltre ai consueti elementi (proteine, carboidrati, ecc.) gli alimenti devono anche possedere delle “vibrazioni energetiche”, capace di mantenere la vita.

 

LE QUALITÀ VIBRAZIONALI VITALI DEI CIBI

 

1 – ALIMENTI SUPERIORI CON VIBRAZIONI SOPRA I 6500 A:  tutta la frutta fresca ben matura e relativi succhi (fatti in casa e subito ingeriti), quasi tutti gli ortaggi ed i legumi crudi o cotti con temperatura non superiore ai 70 gradi. Il grano, i farinacei, la farina ed il pane integrale; i dolci fatti in casa, tutta la frutta oleaginosa ed i loro oli essenziali, le olive, le mandorle, i pinoli, le noci, i semi di girasole, le nocciole, la noce di cocco e la soia, il burro freschissimo di giornata, i formaggi NON fermentati, la crema del latte e le uova di giornata.

2 – ALIMENTI DI APPOGGIO, CON VIBRAZIONI DA 6500 A 3000 A:  il latte fresco appena munto, il burro normale, le uova non di giornata, il miele, lo zucchero di canna, il vino, l’olio di arachidi e le verdure scottate in acqua bollente.

3 – ALIMENTI INFERIORI, CON VIBRAZIONI DAI 3000 IN GIÙ:  la carne cotta, i salumi, le uova dopo il 15 giorno, il latte bollito, il the, il caffè, le marmellate, il cioccolato, il pane bianco, tutti i formaggi fermentati. Questi alimenti sono quasi tutti proteici e basta una piccolissima deficienza del fegato o dell’apparato digerente, affinché diventino intollerabili per l’organismo.

4 – ALIMENTI MORTI, SENZA ALCUNA VIBRAZIONE:  le conserve alimentari, le margarine, tutte le pasticcerie ed i dolci fatti con farina raffinata e prodotti industriali, i liquori e gli alcolici, lo zucchero raffinato (bianco).

Anche la freschezza degli alimenti è un fattore di primaria importanza. Alcuni procedimenti, che normalmente vengono usati in cucina, alterano o distruggono alcune qualità dei nostri cibi, un esempio ce lo forniscono le pentole a pressione e la cottura in acqua bollente. I cibi cucinati a vapore conservano invece parte delle loro proprietà.

Gli alimenti conservati mediante la “pastorizzazione”, NON contengono quasi più nulla delle loro qualità vibrazionali (irradianti); mentre quando sono trattati con processi disidratanti, le conservano in gran parte.

Tutti i cibi che hanno un elevato potere vitaminico, hanno pure ottime vibrazioni e possono essere classificati come “eccellenti”. Questi alimenti sono sufficienti al mantenimento della vita se assunti con un’alimentazione VEGETARIANA intelligente.

Fra gli alimenti superiori, i frutti maturi hanno tutti una lunghezza d’onda tra gli 8000 ed i 10.000 A. Le loro vibrazioni vengono liberate nello stomaco, dando una sensazione di benessere. Affinché le mucose ne traggano il maggior profitto è opportuno mangiare la frutta a digiuno, cioè al mattino o nel tardo pomeriggio.

NON mangiate la frutta non matura, come spesso viene venduta, le sue vibrazioni non sono valide per l’organismo; lo prova il fatto che sono di difficile digestione. Quanto detto per la frutta è valido anche per le verdure.

 

IL BIOMETRO DI BOVIS

Secondo Bovis una persona media in salute presenta un valore di 6.500 Angstrom, che rappresenta in media un valore di riferimento. Chi ha valori superiori si ammala difficilmente, valori più bassi di 6500 Angstrom portano ad ammalarsi.

La geobiologa svizzera Blanche Merz per studiare i cosiddetti luoghi alti, posti dove l’energia vitale è molto alta come le antiche chiese romaniche e gotiche, gli antichi templi orientali, ha ampliato la scala fino a 18.000 Bovis, rendendo così possibile la misurazione di energie più sottili.

Il biometro di Bovis consiste in un regolo con una scala graduata, sul quale il pendolo o il biotester danno un valore misurato. Il biometro permette di misurare l’energia vitale delle persone, dei luoghi, degli alimenti, degli oggetti, ecc.

 

BILANCIO ENERGETICO

Il campo energetico di un essere vivente, o aura, è un sistema dinamico nel quale la quantità di energia presente dipende fondamentalmente da due fattori:

  • Le entrate in energia
  • Le uscite in energia

Perché il sistema funzioni bene bisogna che le entrate siano almeno pari, meglio se più, delle uscite.

L’aura di una persona in buona salute irradia energia attorno a sé, ha i chakra che lavorano prevalentemente in entrata, chiamata polarità PLUS dai radiestesisti.

Una persona che non sta bene, anziché irradiare energia la richiama verso di se. In questo caso, alcuni chakra avranno problemi a fare entrare le energie e la polarità sarà MINUS.

 

CLASSIFICAZIONE DEGLI SQUILIBRI ENERGETICI

 

  • DA RIDOTTO APPORTO ENERGETICO, spesso in minoranza. Persone che vivono in edifici con strutture portanti in metallo, o cemento armato, e che escono poco da casa, carenti da energie cosmiche assorbite dal metallo.
  • AUEMENTO DELLE USCITE ENERGETICHE, rappresentate dalla stragrande maggioranza.

 

PRINCIPALI CAUSE DI PERDITE ENERGETICHE

 

GEOPATIE

Influenze scaricanti dovute alla permanenza su perturbazioni TELLURICHE come vene d’acqua sotterranee, faglie, rete di HARTMANN, ecc.

 

INFLUENZE ESTRANEE PSICONUCLEARI

Chiamate in tedesco FREMDEINWIRKUNG o semplicemente Fremd. Si tratta di forme di sottrazione energetica causate da un essere, il più delle volte un defunto, che attinge energia vitale da una persona in vita; il furto energetico può essere causato anche da una persona vivente, anche se meno frequente.

 

CONSEGUENZE DI PRATICA DI MAGIA NERA

Come malefici o fatture. Si pensa sovente che siano cose da medioevo, o piuttosto spiegate come fenomeni psicologici nevrotici, purtroppo non rare ancora oggi nel 2019.

 

POSSESSIONI E OSSESSIONI

Da parte di entità del mondo astrale, defunti, entità demoniache.

 

FORME PENSIERO NEGATIVE

I pensieri sono energia, quelli positivi la danno e ci fanno stare meglio, quelli negativi la tolgono e a lungo andare possono farci ammalare.

 

ASSISTENZA PROLUNGATA A PAZIENTI GRAVEMENTE AMMALATI

Un ammalato grave ha un livello energetico molto basso e può attingere energie dalle persone che ha attorno, succede a volte che assiste un ammalato a lungo si ammali a sua volta.

 

SOGGIORNO IN AMBIENTI O CONTATTO CON OGGETTI A VALENZA NEGATIVA

Certi ambienti possono sottrarre energia anche indipendentemente dalle perturbazioni telluriche, possono essere energie psichiche lasciate da precedenti abitanti. Singolare fenomeno è quello della MEMORIA DEI MURI; se si abbatte ad esempio un vecchio ospedale e si costruisce al suo posto una casa, resteranno i muri eterici intrisi di sofferenza e questi possono disturbare gli abitanti dell’edificio nuovo. Oggetti a valenza negativa possono essere, per fare un esempio, le antiche maschere tribali africane usate per particolari riti.

 

ESPOSIZIONE A CAMPI ELETTROMAGNETICI ARTIFICIALI

La legislazione italiana in questo campo è piuttosto carente, considerando più che altro l’esposizione acuta a questi campi, e non quella cronica molto insidiosa (l’O.M.S. ad esempio ha riconosciuto, quale concausa della MCS – sensibilità multipla chimica – i campi elettromagnetici dei fili ad alta tensione).  Chi abita vicino ad un traliccio dell’alta tensione si ammala molto di più, anche di malattie gravi. L’attenzione va posta anche agli elettrodomestici che abbiamo a casa, WI-FI, ecc.

 

SURMENAGE PSICO-FISICO

La vita moderna porta a ritmi assurdi e innaturali e succede spesso di spendere di più di quello che la nostra aura e il nostro fisico sono in grado di dare.

 

ONDE DI FORMA NEGATIVE

Gli oggetti irradiano energia attorno a se non solo per il fatto che sono di materia (la materia è una forma condensata di energia), ma anche per il fatto che la forma stessa dell’oggetto crea un’energia che viene emessa nello spazio attorno, chiamata ONDA DI FORMA. Il ricercatore francese, De Belizal, ha studiato particolarmente questo fenomeno e sostiene che l’onda di forma sia dovuta all’alterazione del campo gravitazionale con la forma dell’oggetto stesso. Ha classificato queste onde in vibrazioni colore, suddivise in una fase magnetica positiva che è benefica per gli organismi, e una fase elettrica negativa nociva. L’onda più negativa di tutte, è quella VERDE NEGATIVO ELETTRICO che viene emessa, ad esempio, dai campi elettromagnetici potenti, dalla camera del re nella piramide dove ha effetti abiotrofici, mummificanti.

Le forme geometriche piane e solide emettono onde di forma positive, quelle irregolari negative. Gli angoli acuti emettono onde di forma negative (il Feng Shui li chiama freccie e sono da evitare), gli angoli aperti, maggiori di 90°, emettono energia positiva, le forme simmetriche buona energia, le forme asimmetriche cattiva energia.

 

COME AUMENTARE IL LIVELLO DI ENERGIA VITALE

 

ESERCIZIO FISICO

Se è vero che l’aura governa il corpo fisico, è vero anche l’opposto; l’attività fisica ha effetti sull’aura. L’esercizio fisico attiva l’aura e certi chakra, in particolare quelli bassi (1-2-3). Una buona salute richiede una sana e regolare attività fisica.

CONTATTO CON LA NATURA

La natura ha una forte valenza positiva e dal contatto con essa possiamo avere solo benefici. Una passeggiata in riva al mare, in campagna, in un bosco, in montagna, accrescono l’energia vitale. Non possiamo dire la stessa cosa di una passeggiata in un centro storico, tra cemento e smog. Sedersi e vedere il tramonto in una bella giornata, in un posto tranquillo, è uno spettacolo che non costa nulla, nutre la nostra aura ed aiuta ad integrare corpo e mente. L’esposizione al sole apporta energia, rispettando in estate gli orari ed i tempi consigliati.

 

ALIMENTAZIONE

L’alimentazione vegetariana (secondo i parametri di Simoneton e Bovis), è più energizzante di quella carnivora. Gli alimenti non trattati chimicamente hanno un maggiore livello energetico.

 

PREGHIERA E MEDITAZIONE

Attirano sull’aura energie di elevata vibrazione, particolarmente attraverso la corona. Una cosa spesso considerata e suggerita da alcuni soggetti sensibili al mondo astrale è la preghiera rivolta agli esseri di Luce. I deva o esseri di luce hanno lo scopo di aiutare l’uomo nel suo cammino. Possono aiutarci a patto che noi crediamo nella loro esistenza e chiediamo il loro aiuto mantenendo un atteggiamento positivo.

 

PENSIERI POSITIVI

La medicina psicosomatica sostiene, che i pensieri negativi, a lungo termine, fanno ammalare. Ci sono persone che spesso pensano di avere una malattia, al punto tale da ammalarsi realmente. Se i pensieri negativi fanno ammalare, i pensieri positivi al contrario fanno guarire (una delle discipline moderne, quali la psicologia oncologica, ha studiato la relazione tra gli effetti del pensiero positivo e una maggiore risposta immunitaria verso le cellule tumorali).

 

ESERCIZI ENERGETICI

Sono diversi, ad esempio il Pranayama, Tai Chi, Qi Qong, respirazione olotropica, Rebirthing, Vipassana

 

SCHERMATURE E APPARECCHIATURE STRUMENTALI

  • Oscillatore ad onde multiple di Lakhowsky (per rivitalizzare le cellule).
  • Circuito oscillante di Lakhowsky Galvani (per schermarci dalle influnze psiconucleari o Fremd).
  • Piramidi e orgoniti (per eliminare le interferenze energetiche negative).
  • Cappelli in fibre di alluminio (copricapo per proteggere il cervello da campi elettromagnetici ELF, controllo o lettura della mente).

 

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

  • A. George Wilson, A New Slant to Diet, Standard Research Laboratories, 10th, Ave. and Jersey St., Dencver, Colorado (U.S.A.), 1960.
  • André Simoneton, Radiations des Aliments, Le Courrier de Livres, Paris (tradotto dalla casa editrice Andromeda).
  • Taum, G.P. Vanoli, Guida alla salute naturale, pagg. 243-246, Guide Vanoli, via A. Cesalpino 26/a, 20128 Milano, 1991.
  • Louis Turenne, Le Onde di Forma Geometriche, Associazione Louis Turenne.
  • David Spiegel, M.D., Mind Matters in Cancer Survival, Psychooncology. 2013 Jun 1.
  • Pallav Sengupta, Health Impacts of Yoga and Pranayama: A State-of-the-Art Review, Int J Prev Med. 2012 Jul; 3(7): 444–458.
  • Fabrizio Barbaresi, L’equilibrio energetico vitale, Centro ricerche energetiche

 

 

 

 

 

SCLEROSI MULTIPLA: IPOTESI DI TRATTAMENTO NATURALE A SOSTEGNO 

Chiamata anche sclerosi a placche, sclerosi disseminata o polisclerosi, è una malattia autoimmune cronica demielinizzante, che colpisce il sistema nervoso centrale causando un ampio spettro di segni e sintomi. Ha una prevalenza che varia tra i 2 e 150 casi per 100 000 individui. Colpisce le cellule nervose rendendo difficoltosa la comunicazione tra cervello e midollo spinale.

Presenta una prevalenza che varia tra i 2 e 150 casi ogni 100 000 individui e si stima che la malattia colpisca circa tre milioni di persone nel mondo, di cui mezzo milione in Europa e circa 68 000 in Italia. La regione italiana più colpita è la Sardegna.

Il nome “sclerosi multipla” si riferisce alle cicatrici (sclerosi – meglio note come placche o lesioni) che si formano nel sistema nervoso.

Le lesioni riguardano le aree di sostanza bianca circostanti i ventricoli cerebrali o situate a livello del cervelletto, del tronco encefalico, dei gangli della base, del midollo spinale e del nervo ottico. La funzione delle cellule della sostanza bianca è quello di propagare i segnali tra le aree di sostanza grigia dove si svolge l’elaborazione, e il resto del corpo. Il sistema nervoso periferico è raramente coinvolto.

SINTOMI DELLA SCLEROSI MULTIPLA 

• Perdita di sensibilità
• Formicolio, pizzicore, intorpidimento (ipoestesia e parestesia)
• Debolezza muscolare, clono, spasmi muscolari
• Difficoltà nel movimento o difficoltà di coordinamento ed equilibrio (atassia)
• Problemi di linguaggio (disartria) e discinesie (cervelletto)
• Disfagia
• Deterioramento cognitivo – demenza corticale
• Sindrome pseudo-bulbare, crisi di pianto spastico e di riso
• Depressione (anche grave) – sia come risposta alla riduzione della qualità di vita sia come manifestazione di un deterioramento del tessuto cerebrale
• Disturbi della sessualità – impotenza e perdita di sensibilità
• Nistagmo, oftalmoplegia internucleare, diplopia e neurite ottica
• Dolore nella regione intorno agli occhi o al movimento bulbare
• Scotoma centrale
• Emianopsia
• SINDROME DI UHTHOFF (causata dall’aumento della temperatura)
• SEGNO DI LHERMITTE (sensazione di scossa elettrica che percorre la colonna vertebrale e gli arti inferiori in seguito a flessione o, più raramente, in estensione del collo)

DIAGNOSI DIFFERENZIALE MEDICA

• Neurosifilide
• Neuroborreliosi (Lyme Disease)
• Infezione da HIV
• Connettivite indifferenziata e vasculiti
• Malattia di Devic
• Encefalomielite acuta disseminata
• Leucodistrofia – vitamina B12
• Sintomi di natura psichiatrica

EZIOLOGIA DELLA MALATTIA

A livello genetico sono stati identificati l’antigene leucocitario umano (HLA) che codificano per il complesso maggiore di istocompatibilità (MHC). Esiste un’associazione tra la malattia e gli alleli HLA-DR15 e HLA-DQ6.

ALCUNE IPOTESI AMBIENTALI 

• TOSSINE E SOLVENTI – TOLUENE E XILENE (causano alterata funzione immunitaria, neurotossicità, cambiamenti neurocomportamentali, deterioramento della memoria a breve termine e perdita di funzioni psicomotorie, rischio di malattie autoimmuni, SM, vasculite sistemica primaria e sclerosi sistemica);
• VACCINAZIONI (esistono opinioni controverse);
• VIRUS E INFEZIONI (Herpesviridae, Epstein-Barr, Morbillo, Parotite, Rosolia);
• METALLI TOSSICI (causano sviluppo di autoanticorpi contro le proteine del citoscheletro neuronale, i neurofilamenti e la proteina basica della mielina, causano inoltre alterazioni funzionali dei linfociti T e dei macrofagi che causano un’aumentata ipersensibilità associati ad infiammazione);
• GADOLINIO (utilizzato nella risonanza magnetica per immagini o MRI, fa parte dei lantanidi, si accumula nel tessuto con alterazioni emettendo un’alta intensità di segnale. Essendo tossico per l’organismo, deve essere legato ad un chelante – DPTA, o acido dietilene-triamino-pentacetico – che ha il compito di trascinare questo metallo nelle urine. Non si conosce ancora molto in merito alle sue implicazioni a lungo termine, ritenuto sospetto da alcuni studiosi).

ACIDO URICO E SCLEROSI MULTIPLA 

Bassi livelli di acido urico sono stati trovati nei pazienti affetti rispetto agli individui normali. Ciò ha portato alla teoria che l’acido urico possa proteggere dallo sviluppo della malattia, anche se la sua rilevanza non è nota. Ricordiamo, che l’acido urico rappresenta un sistema antiossidante non enzimatico utilizzato dal nostro organismo per chelare metalli tossici.

SELENIO E GSH NELLA SCLEROSI MULTIPLA 

Si è potuto constatare che nei soggetti affetti da sclerosi multipla i livelli di selenio e glutatione perossidasi sono bassi. Il selenio è fondamentale per la sintesi del GPx (glutatione perossidasi, potente antiossidante).

LIVELLI DI ZINCO E SCLEROSI MULTIPLA 

Negli ultimi 35 anni, lo zinco (Zn) è stato esaminato per il suo ruolo potenziale nella malattia della sclerosi multipla (SM). Una meta-analisi su 24 studi che misuravano Zn in pazienti con SM, hanno rilevato una riduzione dei livelli sierici o plasmatici di Zn in questi pazienti. Uno dei sei studi che misurava il fluido cerebrospinale, ha rilevato un aumento significativo di Zinco nei pazienti con SM. Gli studi di misurazione dei livelli di Zn nel sangue hanno trovato livelli diverse volte superiori nei pazienti con SM rispetto ai soggetti di controllo, con livelli decrescenti durante gli attacchi nei pazienti con SM recidivante-remittente.

L’aumento di Zn da solo può indurre l’espressione del recettore ad alta affinità per IL-2, importante per la proliferazione e la differenziazione dei linfociti CD4 + e CD8 + verso le cellule effettrici, oltre ad essere in grado di attivare l’attivazione della microglia, importante nella patogenesi della SM. Sappiamo inoltre che zinco e rame sono minerali sinergici e competitori, con possibili ripercussioni negative (il rame è importante anche per la sintesi delle guaine mieliniche).

MOLECOLA CCR6 

Lo studio – coordinato dalla dott.ssa Federica Sallusto dell’IRB – che e’ stato pubblicato online il 22 Marzo 2009 nella rivista Nature Immunology (Andrea Reboldi et al. “CCR6-regulated entry of Th17 cells into the CNS through the choroid plexus is required for the initiation of EAE”), ha identificato una molecola, chiamata CCR6, presente sulla superficie dei linfociti T autoaggressivi, la cui presenza e’ necessaria affinchè abbia inizio il processo autoimmunitario all’interno del sistema nervoso centrale. Questa molecola potrebbe rappresentare un nuovo bersaglio per lo sviluppo di nuove terapie per la sclerosi multipla.

La molecola CCR6 permette l’ingresso dei linfociti T all’interno del sistema nervoso centrale agendo come una chiave per aprire la serratura espressa unicamente su cellule di un particolare organo cerebrale, il plesso corioideo. In questo modo, i linfociti T auto aggressivi, che esprimono CCR6, entrano attraverso il liquor nel sistema nervoso centrale e funzionano come un grimaldello aprendo la porta ad altre cellule del sistema immunitario coinvolte nella patogenesi della SM. In assenza di queste cellule “grimaldello”, l’EAE non si sviluppa.

Prima d’ora non era mai stato dimostrato che il processo infiammatorio nel sistema nervoso centrale iniziasse nel plesso corioideo, ma il meccanismo evidenziato dalla presente pubblicazione risulta essere compatibile con la sede periventricolare (intorno ai ventricoli) delle lesioni della EAE e della SM.

CHLAMYDIA PNEUMONIAE E SCLEROSI MULTIPLA

Un’altra ipotesi è legata al ruolo della chlamydia pneumoniae nella patogenesi e nel modulare la progressione della SM. Una teoria controversa contraddistinta da studi contrastanti.

La chlamydia pneumoniae è responsabile di infezioni acute e croniche dell’albero respiratorio ed è implicata nella patogenesi dell’aterosclerosi. Evidenze sierologiche e molecolari sostengono che la chlamydia pneumoniae è anche dotata di particolare tropismo verso il SNC. E’ stata identificata in soggetti affetti da patologie neurologiche di diverso tipo tra cui l’Alzheimer, l’AIDS-Dementia, la Sclerosi Multipla. Alcuni meccanismi (molecular mimicry o mimetismo molecolare), e la produzione di citochine proinfiammatorie (IL-2, IL-4, IL-10 ecc,), contribuirebbero ad eludere la risposta immune. Alcuni autori ritengono che l’insulto neurologico sia preceduto da un’infezione respiratoria da chlamydia pneumoniae.

Le complesse caratteristiche microbiologiche di chlamydia ne rendono difficile l’identificazione con i metodi sierologici che spesso consentono soltanto una diagnosi retrospettiva.

E’ stato pubblicato sul sito della rivista scientifica Phlebology uno studio (A prolonged antibiotic protocol to treat persistent Chlamydophila pneumoniae infection improves the extracranial venous circulation in multiple sclerosis), che ha dimostrato un miglioramento della malattia attraverso l’utilizzo di alcuni farmaci antibiotici (DOXICICLINA), nomi commerciali Periostat, Miraclin, Bassado.

L’INSUFFICIENZA VENOSA CRONICA CEREBROSPINALE (CCSVI) E LA SCLEROSI MULTIPLA

Secondo alcuni ricercatori australiani, l’insufficienza venosa cronica cerebrospinale (CCSVI) è una condizione legata alla sclerosi multipla (SM). Un meccanismo che è stato proposto è che le ostruzioni venose trovate nella SM siano dovute ad una venulite cronica persistente causata dal parassita batterico intra-cellulare (chlamydophila pneumoniae).

L’obiettivo dello studio era quello di determinare gli effetti di un protocollo antibiotico combinato (CAP) sul flusso venoso nei pazienti con SM come misurato con un esame ecodoppler quantitativo (QDUS). Secondo gli autori, un protocollo antibiotico combinato sembra migliorare la circolazione extra-cranica nei pazienti diagnosticati con SM.

Questo effetto è statisticamente significativo nei pazienti con una sierologia positiva alla Chlamydophila pneumoniae, anche se i pazienti con una sierologia negativa alla Chlamydophila pneumoniae mostrano anche alcuni benefici, dimostrando una mancanza di specificità di questo effetto.

GESTIONE DEGLI ATTACCHI ACUTI IN MEDICINA UFFICIALE

La gestione e il trattamento della fase acuta si basa essenzialmente attraverso i seguenti farmaci antinfiammatori steroidei:
• Prednisone
• Metilprednisolone
• Prednisolone
• Betametasone
• Dexametasone

FARMACI APPROVATI E UTILIZZATI DALLA FDA NEL TRATTAMENTO DELLA SM

A settembre del 2012, sette farmaci modificanti la malattia risultano approvati dalle agenzie di controllo di diversi paesi, tra cui la Food and Drug Administration (FDA):

• Interferone beta-1
• Glatiramer acetato
• Mitoxantrone (immunosoppressore usato anche in chemioterapia. Si è dimostrato moderatamente efficace nel ridurre la progressione della malattia e la frequenza delle recidive in un breve periodo di follow-up)
• Natalizumab (anticorpo monoclonale) impedisce la migrazione delle cellule T dal torrente circolatorio al sistema nervoso centrale
• Fingolimod (agisce impedendo il passaggio dei linfociti attraverso la barriera emato-encefalica in modo che non possano attaccare la mielina, indirizzandoli verso i linfonodi e la periferia).

EFFETTI COLLATERALI DEI FARMACI

1. NATALIZUMAB – impedisce ai linfociti aggressivi contro la mielina delle fibre nervose di entrare nel tessuto cerebrale. Quando viene sospeso si ha un effetto RIMBALZO. Tutti i linfociti che si sono accumulati si scatenano provocando una maggiore recidiva della malattia, che necessita di massiccie assunzioni di cortisone. La sua sospensione in alcuni momenti è necessaria perché il farmaco sopprime la risposta linfocitaria cattiva e “buona”. Inoltre, circa il 50% dei soggetti affetti da SM hanno nel proprio organismo un virus (JC), che normalmente non da problemi, ma potrebbe risvegliarsi se non tenuto a bada dagli anticorpi causando leucoencefalopatia multifocale progressiva.

2. FINGOLIMOD – agisce sui recettori espressi sulla superficie dei linfociti. In tal modo i linfociti rimangono confinati nei linfonodi e tenuti a bada. I recettori sono però espressi anche in altre cellule, come quelle che regolano la frequenza cardiaca. Il farmaco può determinare una disregolazione della frequenza cardiaca e un aumento pressorio, nonché una soppressione del sistema immunitario tale da aumentare le infezioni da Herpes Zoster, un virus pericoloso per i soggetti affetti da tale malattia.

3. MITOXANTRONE – causa nausea, vomito, cefalea, alopecia, disordini mestruali, infezioni delle vie urinarie, mucositi, diarrea, leucopenia, vomito e necrosi da stravaso locale. Il Mitoxantrone ha una cardiotossicità cumulativa. Tra le altre cose causa anche lipoatrofia (una perdita localizzata di tessuto adiposo sottocutaneo).

IPOTESI DI TRATTAMENTO NON CONVENZIONALE

SUPPLEMENTAZIONE DELLA VITAMINA D 

Studi osservazionali sui fattori di rischio ambientali hanno dimostrato che un’aumentata esposizione solare, una minore latitudine e l’elevato consumo di olio di pesce ricco di vitamina D sono associati a una riduzione del rischio di sviluppare la malattia. L’incidenza e la prevalenza della sclerosi multipla sono minime all’Equatore e aumentano verso i poli, in entrambi gli emisferi .

RUOLO DELLA VITAMINA D 

La vitamina D esercita la sua fisiologica funzione sull’osso, sull’intestino, sul rene e sulle paratiroidi modulando il metabolismo calcio-fosforico. Può essere assunta con la dieta (meno del 5%) ma nell’uomo la principale fonte è la produzione cutanea sotto l’influenza dei raggi ultravioletti B (UVB). Il suo precursore, la provitamina D3, ad opera dei raggi UVB diventa previtamina D3 quindi vitamina D3. Questa subisce un primo processo di idrossilazione nel fegato (formazione di 25 OH D), e un secondo nel rene che porta alla formazione del metabolita attivo 1,25 OH D.

Sono stati identificati recettori (VDR) in tantissimi organi del corpo quali la cute, la mammella, l’ipofisi, le cellule beta pancreatiche, le gonadi, il cervello, la muscolatura scheletrica e persino negli spermatozoi.

Inoltre, le cellule del sistema immunitario, quali macrofagi e linfociti B e T attivati, hanno recettori per la vitamina D.
L’ipotesi che la carenza di vitamina D sia un fattore di rischio per la sclerosi multipla è stata avanzata circa 30 anni fa; dati sperimentali supportano l’ipotesi di un suo ruolo protettivo sulla malattia nonché in altre patologie autoimmuni quali l’artrite reumatoide, il diabete di tipo 1, la sclerosi sistemica e il lupus eritematoso sistemico.

AZIONE DELLA VITAMINA D 

La vitamina D inibisce la risposta pro-infiammatoria, a seguito della riduzione della produzione di citochine pro-infiammatorie e della differenziazione delle cellule T verso un sottotipo T helper 1 e T helper 17, e promuove l’attività di cellule e citochine anti-infiammatorie.

La sua supplementazione previene lo sviluppo e blocca la progressione, quando somministrata precocemente, dell’encefalomielite allergica sperimentale, modello animale di sclerosi multipla. La malattia riprende quando la supplementazione viene interrotta.

STUDI SULLA VITAMINA D NELLA SCLEROSI MULTIPLA 

Ci sono tantissime evidenze epidemiologiche che indicano come l’aumentata esposizione solare, il maggior introito di vitamina con la dieta e i suoi elevati livelli sierici correlino con un più basso rischio di sviluppare la sclerosi multipla pur con differenze tra le razze.

In uno studio tedesco del 2000 è stata descritta una fluttuazione dell’attività di risonanza con un maggior numero di lesioni attive in primavera rispetto all’autunno. Questa fluttuazione stagionale è stata comparata con i livelli medi di vitamina D nella popolazione tedesca: alti livelli di vitamina D in estate erano fortemente correlati con bassa attività di malattia in autunno mentre bassi livelli in inverno si correlavano con elevata attività di malattia in primavera.
In un ampio studio prospettico americano del 2012 è stato osservato che i livelli di vitamina D erano inversamente proporzionali all’attività neuroradiologica.

In uno studio prospettico successivo, condotto su 1482 pazienti con forma recidivante-remittente (SMRR) in terapia con interferone beta-1b e con durata media di terapia pari a 3 anni, è stato osservato che più alti livelli sierici di vitamina D si associavano a minore attività radiologica di malattia (follow-up medio a 2 anni).

Nel 2014, Ascherio et al. hanno pubblicato uno studio in cui soggetti con livelli sierici medi di vitamina D inferiori a 50 nmol/l, nei 12 mesi successivi al primo evento demielinizzante, avevano un risultato clinico e neuroradiologico a 5 anni peggiore rispetto ai soggetti con livelli più alti.

Inoltre, per quello che riguarda la conversione da forma SMRR (forma remittente) a forma SMSP (forma progressiva), Muris et al. hanno pubblicato nel 2015 uno studio retrospettivo longitudinale in cui i pazienti SMSP (forma progressiva), avevano livelli sierici di vitamina D inferiori rispetto agli SMRR (forma remittente), ma i livelli negli SMRR non correlavano con il rischio di progressione. I pazienti SMSP con una fase SMRR relativamente breve avevano però livelli di vitamina alla diagnosi inferiori rispetto ai pazienti che permanevano in fase SMRR. Per gli Autori questi dati sono a supporto del fatto che bassi livelli di vitamina D all’inizio della fase SMRR siano fattore di rischio per una precoce conversione a SMSP.

Nello studio SOLAR alti dosaggi di vitamina D, somministrati in 232 pazienti SMRR in fase precoce in terapia con interferone beta-1a, sono risultati efficaci in termini di pazienti liberi da malattia.

La vitamina D, per la sua peculiarità di aumentare l’assorbimento di calcio, andrebbe assunta insieme alla vitamina K2, Boro e Magnesio.

POLIFENOLI A SUPPORTO DELLA SM

I Polifenoli sono classificati in quattro categorie: acidi fenolici, flavonoidi, stilbeni e lignani con i flavonoidi che vengono ulteriormente classificati in sei sottoclassi.

EFFETTI DEI POLIFENOLI

• Sono antiossidanti molto potenti e versatili, in grado di neutralizzare il radicale “perossinitrito” o specie reattive all’azoto, distruttivo nelle patologie neurodegenerative.
• Sono potenti inibitori dei prodotti della perossidazione lipidica che si ritrovano ad alte concentrazioni nella Malattia di Alzheimer, Morbo di Parkinson e Sclerosi Laterale Amiotrofica.
• Legano ferro, rame e altri metalli neurotossici.

FUNZIONI DEI POLIFENOLI 

Presenti nella frutta e nei vegetali, particolarmente abbondanti nel pompelmo, nel tè, nell’olio d’oliva e nel vino rosso.

Hanno svariate funzioni:
• Antiossidante,
• Antiallergica,
• Antitumorale
• Antinfiammatoria.

I polifenoli che hanno dimostrato un interesse clinico a supporto della sclerosi multipla sono:
• Quercetina
• Luteolina
• Curcumina
• Epigallocatechina del tè verde.

LUTEOLINA 

E’ un regolatore del sistema immunitario, andando ad inibire il processo infiammatorio. Si trova nelle foglie di carciofo, rosmarino, timo e camomilla. Inibisce il rilascio di sostanze infiammatorie quali Interleuchina 1 e TNF (tumor Necrosis Factor), dai macrofagi attivati del sangue periferico di pazienti con Sclerosi Multipla.

La luteolina inibisce il rilascio di sostanze infiammatorie dai mastociti che hanno un ruolo importante nello sviluppo della malattia avendo il potere di formare aree di demielinizzazione cerebrale (le cellule nervose con la mielina danneggiata conducono gli impulsi molto più lentamente). La luteolina impedisce il passaggio di patogeni e linfociti dal sangue al cervello impedendo la LEAKY BRAIN o neuroinfiammazione.

QUERCETINA 

E’ uno dei principali flavonoidi e uno dei più potenti antiossidanti vegetali. La Quercetina migliora la funzione endoteliale con meccanismi indipendenti dall’ossido nitrico (NOS). Ha proprietà anticoagulanti grazie alla capacità di legare in modo competitivo il plasminogeno che attivando la plasmina permette la dissoluzione del coagulo.

In un lavoro pubblicato su “Life Science” 2010, la Quercetina ha dimostrato di diminuire le risposte infiammatorie e fornire neuro protezione inibendo la produzione di NO (ossido nitrico) e INF-gamma dalle cellule microgliali, inoltre previene la formazione di citochine infiammatorie impedendo il danno neuronale.

CURCUMA 

Il suo composto principale, la Curcumina, possiede uno spiccato effetto antinfiammatorio. E’ stato dimostrato che l’infiammazione svolge un ruolo determinante nella maggior parte delle malattie croniche quali quelle neurodegenerative, cardiovascolari, autoimmuni e neoplastiche.

Fra le più importanti risulta l’inibizione della sintesi del fattore nucleare (NF-kB) che ha un ruolo centrale sia nel controllo della risposta infiammatoria sia nello sviluppo del tumore, infatti stimola la crescita cellulare e inibisce l’apoptosi (suicidio programmato).

Esistono delle prove sperimentali, sia in vitro che in vivo, che attestano le proprietà neuroprotettive della curcuma sulla Sclerosi Multipla. La forma fitosomiale risulta quella con un maggiore assorbimento e meno effetti collaterali.

TÈ VERDE 

Il Tè verde contiene una serie di composti, chiamati catechine, che svolgono una marcata azione neuro protettiva a livello cerebrale. Gli estratti del tè verde hanno una spiccata azione antiossidante e antinfiammatoria, sopprimono l’eccesso di risposta immunitaria, neutralizzano i metalli tossici e svolgono azioni anticancerogene, inoltre il suo consumo costante è inversamente correlato con l’incidenza di demenza, morbo di Alzheimer e morbo di Parkinson.

EDTA – ACIDO ETILENDIAMMINOTETRAACETICO (trattamento medico non convenzionale)

E’ un agente chelante utilizzato in vena da personale medico. Viene praticato anche per valutare nelle urine, dopo somministrazione endovenosa, i livelli di metalli tossici presenti (mercurio, alluminio, piombo, ecc.).

Il trattamento consiste nell’infusione in vena di EDTA in media due/tre volte al mese. Sotto trattamento i pazienti rivelano nel tempo un miglioramento dei sintomi di remissione della SM Sclerosi Multipla. I dati clinici hanno dimostrano una riduzione dei livelli di metalli pesanti nelle urine a valori di normalità.

GLUTATIONE E NIACINA 

Il glutatione o GSH è un tripeptide con proprietà antiossidanti, costituito da cisteina e glicina, legate da un normale legame peptidico, e acido glutammico. E’ un forte antiossidante, sicuramente uno dei più importanti tra quelli che l’organismo è in grado di produrre.

Rilevante è la sua azione sia contro i radicali liberi o molecole come perossido di idrogeno, nitriti, nitrati, benzoati e altre. Svolge un’importante azione nel globulo rosso, proteggendo tali cellule da pericoli ossidativi che causerebbero l’emolisi. Elemento importante per il suo funzionamento è il NADPH. Tale molecola è un derivato della vitamina PP (acido nicotinico) e funziona da cofattore ossido-riduttivo dell’enzima glutatione reduttasi (o GSR).

L’enzima rigenera il glutatione ridotto (GSH) a partire da glutatione ossidato (o GSSG) attraverso gli elettroni ceduti dal NADPH al GSSG. In medicina, il GSH viene usato come antidoto diretto e “veloce” nell’avvelenamento da paracetamolo (conosciuto anche come acetaminofene).

Trova un impiego molto interessante come tampone nei casi di avvelenamento da metalli tossici (mercurio, cadmio, piombo, ecc.), dato che sposta gli ioni tossici formando dei solfuri (coniugati) più facilmente eliminabili dall’organismo. Per la sua particolare forma risulta maggiormente assimilabile e biodisponibile se somministrato per via endovenosa, liposomiale o in alcune sue forme (S-acetil-glutatione).

Alcuni suoi precursori sono il NAC (cisteina), lo zolfo, ecc. Non sono stati dimostrati effetti collaterali fino a 30 grammi al giorno. I dosaggi indicati saranno generosi. La concomitante assunzione di Niacina ne potenzia l’effetto (studi di Abram Hoffer).

NALTREXONE (trattamento medico non convenzionale)

Esistono dati a sostegno dell’impiego di bassi dosaggi di naltrexone (Antaxone) nel trattamento della sclerosi multipla. Il naltrexone sembra prevenire le recidive di sclerosi multipla (agendo sui recettori non oppioidi Toll-like 4 – TLR4- che si trovano sui macrofagi della microglia), riducendo l’infiammazione e la progressione della malattia.

DIETA DI ROY SWANK 

E’ una dieta povera di grassi saturi, ricca di grassi insaturi, priva di carni rosse, latticini, zuccheri, caffè, vino, tè, per almeno un anno. Permessi pollame e pesce.

IMPORTANTE 

Le informazioni contenute in questo articolo sono da intendersi a puro scopo informativo e divulgativo e non devono essere intese in alcun modo come diagnosi, prognosi o terapie da sostituirsi a quelle farmacologiche eventualmente in atto. In nessun caso sostituiscono la consulenza medica specialistica. L’autore ed il sito declinano ogni responsabilità rispetto ad eventuali reazione indesiderate.

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L’IMPORTANZA DELLA VITAMINA B12 PER LA NOSTRA SALUTE

La vitamina B12 è stata isolata e cristallizzata nel 1948, ma persino dopo questo tempo il suo ruolo è ancora tutto da scoprire.  Una delle sue caratteristiche è quella di contrastare una forma di anemia e determinati disturbi neurologici, spesso gravi e sottovalutati. In tempi più recenti si stanno scoprendo nuovi impieghi terapeutici, come quelli in campo immunologico.

 

STRUTTURA DELLA COBALAMINA (UN PO DI BIOCHIMICA)

 

Soltanto al pH del succo gastrico la B12 viene liberata nello stomaco, e legatasi con le glicoproteine salivari (dette anche cobalofiline, leganti R o aptocorrine, poi distrutte nell’intestino tenue), si lega al fattore intrinseco a pH 6,5 mediata dal recettore Ca-dipendente. Le forme metabolicamente attive sono la metil e la 5 deossiadenosilcobalamina. La cianocobalamina è un artefatto che si forma durante i processi di estrazione in quanto si utilizza la papaina, proteasi che viene attivata dall’aggiunta di CN-. L’idrossicobalamina è la forma naturale con cui la vitamina viene di solito assunta.

Nello stomaco, l’ambiente acido e la pepsina staccano la cobalamina dalle proteine cui si trova associata ed essa, poi, si lega alla cobalofillina (o aptocorrina), proteina che viene secreta nella saliva. Nel duodeno, l’azione delle proteasi provenienti dal pancreas determina la degradazione della cobalofillina e la cobalamina, aiutata dall’ambiente alcalino, si lega a una glicoproteina che viene rilasciata dalle cellule parietali dello stomaco: il fattore intrinseco.

Viene denominata cobalamina perché ha un atomo al centro di cobalto e un anello corrinico. Il colore rosso è tipico del cobalto. Le reazioni più importanti della B12 sono:

  • Trasformazione del metilmalonil-CoA in succinil-CoA (importante nel catabolismo di alcuni amminoacidi a catena ramificata ed alcuni acidi grassi a catena dispari, nonché per la sintesi delle porfirine, in seguito alla combinazione con la glicina dall’ALA sintetasi, per formare acido gamma-aminolevulinico – dALA);
  • Conversione dell’omocisteina in metionina.

Quando siamo carenti di vitamina B12 i due prodotti non vengono sintetizzati e i precursori delle reazioni, il metilmalonil-CoA e l’omocisteina, vengono di conseguenza accumulati nell’organismo.

 

ALIMENTI CONTENENTI B12

 

Necessita di alimenti che la contengono in quanto non viene prodotta dall’organismo umano. Viene assorbita  nei primi tratti dell’intestino. Esistono delle condizioni genetiche o malformazioni funzionali che ne impediscono l’utilizzo, oppure  più comunemente legati ad un’insufficiente assunzione con la dieta. La vitamina B12 è generalmente presente solo nei prodotti di derivazione animale. Le fonti sono:

  • Carni rosse
  • Pesce
  • Molluschi
  • Uova
  • Latte

Fonti vegetali di vitamina B12 sono in genere le seguenti:

  • Foglie del tè;
  • Alghe (Enteromorpha sp., alga viola Porphyra sp., alghe Nori);
  • Funghi (Craterellus cornucopioides o trombetta dei morti, Finferli o Cantharellus cibarius);
  • Soia fermentata

 

ANEMIA PERNICIOSA E CARENZA DI B12

La sua scoperta è avvenuta nel 1849 ad opera di un medico del Guy’s Hospital di Londra, il quale  pubblicò la prima descrizione di un gruppo di pazienti con una grave forma di anemia. I soggetti affetti da tale carenza erano al contempo sofferenti di una grave neuropatia (degenerazione subacuta combinata). Studi successivi dimostrarono che questi pazienti potevano essere curati somministrando fegato crudo ma fu necessario attendere il 1948 per isolare dal fegato il fattore “terapeutico”, a cui fu dato appunto il nome di vitamina B12, e il 1955 per la definitiva comprensione della sua struttura. A distanza di più di 150 anni gli studi condotti per capire e definire le caratteristiche chimiche e gli effetti della vitamina B12 si contano numerosi e le tecniche diagnostiche utilizzate per dosarne i livelli nel corpo umano sono state affinate. Oggi è risaputo che avere un livello di vitamina B12 nel sangue più basso di 200 pg/mL, correlato ad un aumento di omocisteina e di acido metilmalonico, indica uno stato di carenza. Questo stato di carenza, se non curato, porta alle sopracitate anemia perniciosa e degenerazione subacuta combinata (ora ribattezzata neuropatia da carenza di vitamina B12). Oltre queste, numerosi studi indicano che la sua carenza è concausa o causa di malattie neurologiche e cardiache spesso serie.

MALATTIE NEUROLOGICHE E CARENZA DI B12

Un aumento di omocisteina è stato associato alla perturbazione del fitness microvenoso cerebrale, e al contempo con una ipometilazione del DNA per carenza di B12, responsabile di alterazioni a livello dei sistemi di comunicazione intersinaptica dei neurotrasmettitori.

Alcuni studi sembrano dimostrare il coinvolgimento della vitamina B12 anche in alcune delle principali malattie neurologiche:

  • Morbo di Parkinson;
  • Sclerosi multipla
  • Sclerosi laterale amiotrofica
  • Alzheimer

 

I pazienti affetti da queste malattie hanno sovente  una concentrazione di vitamina B12 nel corpo che presenta dei livelli alterati. Più verosimilmente, la carenza di B12 può mimare molte delle patologie menzionate prima, che potrebbero giovare di una cura di attacco con alte dosi di cobalamina. Purtroppo, non sempre viene presa in considerazione l’ipotesi di una sua carenza, che in diversi casi e se non corretta potrà concorrere a problemi neurologici irreversibili. In ogni caso, l’utilizzo concomitante di vitamina B12 nelle patologie neurodegenerative potrebbe rivelarsi un valido alleato insieme alle cure standard intraprese.

 

SUPPLEMENTAZIONE NELLE PROBLEMATICHE NEUROLOGICHE

Dosi molto elevate di B12 possono favorire la rigenerazione dei neuroni, impedire la demielinizzazione e favorire la rimielinizzazione. La mielina è una guaina biancastra che riveste parte del corpo dei neuroni permettendo una più rapida trasmissione degli impulsi nervosi. Nella sclerosi multipla la mielina viene attaccata e danneggiata ad opera del sistema immunitario con la comparsa delle tipiche lesioni a placca.

 

SCLEROSI MULTIPLA E CARENZA DI B12

E’ stato ipotizzato un disturbo nel suo metabolismo in pazienti affetti da sclerosi multipla, in quanto la vitamina B12 partecipa al processo di mielinizzazione. La formulazione di Metil-B12 è in grado di attraversare la barriera ematoencefalica e andare ad agire direttamente a livello del cervello.

 

MALATTIE CARDIOVASCOLARI

Anche in molti pazienti con malattie cardiovascolari è stata diagnosticata una diminuzione dei livelli di vitamina B12. La vitamina B12 viene utilizzata, insieme ad altre vitamine, allo scopo di prevenire una malattia vascolare come l’aterosclerosi, sebbene gli effetti di questa terapia abbiano dato risultati contrastanti.

 

OSTEOPOROSI

Uno stato di carenza di vitamina B12 è spesso associato al deterioramento della salute dell’osso. All’aumentare del livello di vitamina B12 infatti si osserva una diminuzione, seppur modesta, del rischio di frattura dell’osso.

 

SISTEMA IMMUNITARIO

Alcuni studi hanno portato alla luce il ruolo della vitamina B12 a livello del sistema immunitario: nei pazienti carenti in vitamina B12 è stata dimostrata una diminuzione di alcune cellule (natural killer e linfociti CD8). Inoltre, la vitamina B12 è in grado di regolare l’espressione di numerosi geni e proteine, nel sistema nervoso centrale, nel fegato, nell’intestino e in altri organi dei mammiferi.

 

SINTOMI DA STATI CARENZIALI

  • Anemia
  • Disturbi gastrointestinali: diarrea, costipazione, dolore addominale, perdita di peso;
  • Disturbi del sistema nervoso centrale: formicolio e intorpidimento delle estremità, disturbi dell’andatura, irritabilità, spasmi, depressione, deficit di memoria e concentrazione, demenza, disturbi visivi, insonnia, impotenza.

 

TEST UTILI PER VALUTARE LA CARENZA DI B12

 

  • HOLO TCII – OLOTRANSCOBALAMINA II – rappresenta la frazione di cobalamina attiva, legata al fattore di trasporto transcobalamina II che ha lo scopo di distribuire la vitamina ai vari distretti. La sua emivita è breve (6′ contro 6 giorni della B12 totale). Rappresenta il 30% di tutta la cobalamina.  La rilevazione dell’olotranscobalamina II (holoTCII), si correla in modo molto più efficace con la carenza vitaminica rispetto alla B12 totale;
  • OMOCISTEINA HCY – rappresenta un intermedio metabolico della via di sintesi della metionina. Per questa conversione è indispensabile la partecipazione di acido folico (vit B9), piridossina (vit B6) e cobalamina (vit B12). In assenza o in loro carenza la via biochimica porta ad accumulo di HCY con rischi di malattie cardiovascolari e coronariche, artrite reumatoide, Alzheimer, ovaio policistico. I livelli di omocisteina possono essere alti per vari fattori, compresi quelli genetici (mutazione MTHFR ecc), danni renali, farmaci (pillola estroprogestinica, Metrotrexato, ecc), carenziali (B6, B9 e B12);
  • Nelle mutazioni MTHFR, l’utilizzo solo del folato, anche in forma L – Metilfolato non sempre è auspicabile, in quanto in mancanza della cobalamina (metilcobalamina in questo caso), comporterebbe un accumulo di metiltetraidrofolato (5-MTHF) che, in assenza di B12 inibisce la transmetilazione dell’ S-adenosilmetionina (SAM) – sintesi ulteriore di cisteina.
  • ACIDO METILMALONICO – MMA – è un sottoprodotto derivato dall’incompleta degradazione degli acidi grassi a carboni dispari. Questa via è molto importante poiché la beta-ossidazione, via del catabolismo degli acidi grassi, riesce ad utilizzare soltanto molecole a due atomi di carbonio. Per degradare completamente gli acidi grassi a catena dispari, si deve necessariamente seguire la via alternativa che porta alla formazione di succinil-CoA da proprionil-CoA attraverso tre passaggi il cui ultimo prevede la cianocobalamina come cofattore dell’enzima metilmalonil-CoA mutasi. In assenza di B12 la via si blocca e l’intermedio MMA si accumula. Gli inconvenienti di questo esame sono la difficoltà di esecuzione (spettrometria di massa), e i costi elevati. Altro inconveniente è che i livelli elevati nelle urine possono dipendere da eventuali danni renali o crescita batterica intestinale, che possono depistare il professionista che rileva un suo valore anomalo.

 

SOGGETTI A RISCHIO DI CARENZA

Controllare gli indicatori precoci di carenza di cobalamina dovrebbe essere una prassi fondamentale per tutti i medici, anche nei soggetti apparentemente asintomatici ma a rischio:

  • Vegani
  • Anziani
  • Obesi (alterato assorbimento vitaminico)
  • Fumatori
  • Terapia estroprogestinica (alterazione ormonale)
  • Chi utilizza Metrotrexato
  • Digestione lenta (ipocloridria)
  • Sportivi (aumentato metabolismo)
  • Soggetti che hanno effettuato una resezione gastrica (acloridria e malassorbimento)
  • Soggetti che usano inibitori di pompa
  • Soggetti celiaci
  • Soggetti affetti da malattie infiammatorie intestinali IBD (rettocolite ulcerosa, Crohn..)
  • Alcolisti e tossicodipendenti
  • Soggetti affetti da Tiroidite di Hashimoto
  • Soggetti che utilizzano per diverso tempo dosi alte di Vitamina C (in presenza di ferro la vitamina C forma composti ossidanti che danneggiano la vitamina B12 e il fattore intrinseco)

 

RANGE OTTIMALE

  • B12: tra i 135 pmol/L e 400 pmol/L (zona grigia) – meglio se al di sopra dei 450 pmol/L
  • Olotranscobalamina HoloTCII: maggiore di 35pmol/L
  • Acido metilmalonico MMA: maggiore di 271nmol/L
  • Omocisteina HCY: minore di 13 umo/L

 

VIE DI SOMMINISTRAZIONE DELLA VITAMINA B12

 

  • Orale: utile quando l’assorbimento può essere ridotto in caso di infiammazione a livello ileale, in presenza di disbiosi intestinale (i microrganismi possono competere con l’organismo ospite per l’assunzione della B12), quando c’è una scarsa disponibilità del Fattore Intrinseco;
  • Intranasale: molto efficace data la vicinanza del naso al cervello;
  • Intravenosa: efficace per risolvere uno stato di carenza; determina un rapido e massivo aumento dei livelli di B12 con rapida eliminazione renale;
  • Sottocutanea (gluteo): ottima via di somministrazione a causa del lento e costante rilascio della B12 dal tessuto adiposo del gluteo;
  • Liposomiale: viene assorbita direttamente nell’intestino.

 

INTEGRAZIONI MIGLIORI

  • Idrossicobalamina (nel citosol trasformata in adenosilcobalamina e nel mitocondrio in metilcobalamina)
  • Metilcobalamina

Non molto indicata la cianocobalamina

 

Bibliografia essenziale

 

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TRATTAMENTO NATURALE A SOSTEGNO NELLA DISFUNZIONE ERETTILE

COS’E’

La disfunzione erettile viene definita come “l’incapacità del soggetto di sesso maschile a mantenere un’erezione sufficiente a condurre e portare a termine un rapporto sessuale soddisfacente”. In Italia si stima che circa 3 milioni di uomini ne siano affetti, con una prevalenza globale del 13% (pari al 2% tra 18 e 34 anni e del 48% oltre i 70 anni).

 

LE CAUSE

Le cause spesso sono di natura psicofisica. Esistono quindi fattori fisici e psicologici concomitanti. Esistono anche fattori iatrogeni da farmaci quali ad esempio l’uso di SSRI o antidepressivi.

 

FATTORI PSICOLOGICI

  • Ansia
  • Depressione
  • Conflitti intrapsichici profondi
  • Stress
  • Condizionamenti ambientali
  • Ansia da prestazione (determina un effetto inibitorio sulle erezioni). Utile in questi casi e se trattasi di una situazione che dura da anni, la presa in carico di tipo psicoterapica, in quanto il problema potrebbe nascondere dei conflitti intrapsichici o una “immagine corporea” distorta.
  • Scarsa intesa col partner (sessuale, emotivo e affettivo)
  • Percezione inconscia di rifiuto da parte del partner (aspetto fisico, dimensioni del pene)
  • Alessitimia (difficoltà ad esprimere le proprie emozioni)
  • Paura delle infezioni sessuali trasmissibili nonostante l’uso del profilattico
  • Pensiero rivolto ad un’altra donna
  • Performance sessuale ritenuta scadente

 

CAUSE FISICHE

  • Ipogonadismo
  • Iperprolattinemia
  • Sindrome di Cushing
  • Carenza di somatotropina (GH)
  • Vascolare (scompenso cardiaco, ipertensione severa, ecc.)
  • Neurologico (Parkinson, Alzheimer, traumi spinali, neuropatia periferica)
  • Diabete
  • Obesità
  • Intossicazione epatica
  • Insufficienza renale
  • Dislipidemia
  • Alcool
  • Droghe
  • Carente esercizio fisico

 

CAUSE FARMACOLOGICHE

  • Antidepressivi SSRI\SNRI
  • Antipsicotici
  • Antiandrogeni (finasteride per il trattamento della calvizie androgenetica e della IPERTROFIA PROSTATICA BENIGNA)
  • Betabloccanti

 

MECCANISMO IMPLICATO NELL’USO DI FARMACI ANTIDEPRESSIVI

La Fluoxetina (Prozac), il prototipo di SSRI, è stata classificata come una tossina riproduttiva dal Centro per la Valutazione dei Rischi sulla Riproduzione Umana (CERHR), un gruppo di esperti presso il National Institute of Environmental Health Sciences del National Institutes of Health.

L’utilizzo del metilfenidato riduce la disfunzione erettile, questo ha quindi portato a pensare che possa essere implicato il meccanismo dopaminergico e/o noradrenergico.

Un’altra possibilità è l’alterazione del bilancio serotonina-dopamina, dovuto alla sensibilità recettoriale, nella sintesi dell’ossido nitrico (vasodilatatore) e del sistema melanocortinico.

E’ stato riscontrato inoltre, che gli antidepressivi SSRI possono alterare la neurosteroidogenesi (come avviene durante l’uso del FINASTERIDE.

Si è evidenziato come l’assunzione di farmaci inibitori della ricaptazione della serotonina induca modificazioni epigenetiche del substrato neurale: il controllo dell’espressione genetica, mediato tra l’altro anche dagli ormoni steroidei, potrebbe spiegare la persistenza dei sintomi a lungo termine dopo la sospensione del farmaco.

 

STATINE E DISFUNZIONE ERETTILE

Il prof. Andrea Ledda del dipartimento di scienze biomediche, dell’Universita’ degli Studi di Chieti e direttore scientifico del congresso “Progressi in Andrologia , tenutosi a dicembre 2018 a Villa San Giovanni (Reggio Calabria) al Castello di Altafiumara, sostiene che le statine inibiscono la sintesi del colesterolo che e’ la sostanza dalla quale deriva il testosterone. Quest’ultimo e’ un ormone steroide del gruppo androgeno prodotto principalmente dalle cellule situate nei testicoli. Nell’uomo e’ deputato allo sviluppo degli organi sessuali e in quello adulto i livelli di testosterone hanno un ruolo fondamentale per quanto riguarda la fertilita’. Questo ormone regola anche il desiderio, l’erezione e la soddisfazione sessuale; ha, infatti, la funzione di mettere in sincronia il desiderio sessuale con l’atto sessuale vero e proprio, regolando l’inizio e la fine dell’erezione del pene. Un deficit di libido e’ spesso associato a una disfunzione del testosterone”. “Con le statine, dunque – rileva il prof. Ledda – si va ad interrompere un meccanismo fondamentale, la produzione del testosterone”.

 

BETA BLOCCANTI E DISFUNZIONE ERETTILE

Per quanto riguarda i beta bloccanti il loro effetto è stato correlato al blocco dei recettori beta 2 della muscolatura liscia della parete vascolare del pene e alla conseguente ridotta capacità di vaso dilatarsi durante l’erezione. Inoltre studi su animali hanno anche  documentato come il propanololo ( capostipite dei beta bloccanti ) induca un quadro di disfunzione erettile attraverso meccanismi neuro modulatori centrali e periferici con un aumento dei tempi di latenza e una riduzione dei riflessi di erezione.

 

FUMO

Il fumo di sigaretta è vasocostrittore e di conseguenza il sangue trova difficoltà nel raggiungere i corpi cavernosi del pene durante lo stato d’eccitazione; inoltre l’indebolimento dei tessuti erettili, causato sempre dalla sigaretta, comporta grosse difficoltà in termini di prestazione sessuale. Altra complicazione dovuta al fumo è il dimezzamento della produzione di ossido nitrico (NO), principale mediatore del rilasciamento delle cellule muscolari del pene.

 

SONNO

Dormire poco e male riduce il testosterone, principale fautore dell’erezione. Inoltre dormire meno di 6 ore a notte causa l’aumento di peso, altro motivo che ostacola l’erezione.

 

ALIMENTAZIONE ERRATA

Troppi carboidrati e una dieta sbilanciata riducono la dopamina, un ormone fondamentale durante la fase dell’eccitazione. Un’alimentazione ricca di fibre ed equilibrio tra carboidrati e proteine potrà ridurre le probabilità di scarsa erezione.

 

CARENTE ATTIVITA’ FISICA

L’attività fisica, favorisce la produzione di ossido nitrico (NO), utile alla vasodilatazione e per l’afflusso di sangue. Sarebbe bene unire all’attività fisica anche determinate tecniche di respirazione in grado di appianare qualsiasi problema cardiovascolare. Chi soffre di obesità o non svolge alcuna attività fisica, non gode del necessario apporto di ossido nitrico.

 

PORNOGRAFIA

La pornografia intorpidisce il cervello rendendolo “apatico” agli impulsi. Questo succede per il rilascio di dopamina durante la visione di materiale pornografico. La dopamina è sprigionata dal corpo al fine di stimolare le vie nervose del cervello; se si abusa di materiale pornografico, i picchi di dopamina registrati dal cervello al fine di azionare l’erezione risulteranno sempre troppo alti.

Di conseguenza un immaginario pornografico non riscontrato nelle esperienze sessuali reali porterà il soggetto ad eccitarsi con più difficoltà, il cervello reputerà il livello di dopamina troppo basso, in conclusione s’innescheranno scompensi in termini di erezione e durata.

 

TRATTAMENTO CONVENZIONALE

 

Vengono utilizzati in alcuni casi alcuni farmaci denominati “inibitori della FosfoDiEsterasi-di tipo 5 (PDE5i), quali il Sildenafil (Viagra), il Tadalafil (Cialis) e il Vardenafil (Levitra), non sempre essere capaci di risolvere tutte le varie e complesse problematiche erettive che si presentano.

Gli eventi avversi si presentano in circa il 25% dei soggetti in trattamento e sono caratterizzati soprattutto da disturbi minori quali: mal di testa, dolori, contrazioni muscolari ma sono anche segnalati rarissimi eventi avversi e gravi come: convulsioni, neuriti ottiche ischemiche o perdita acuta dell’udito.

 

ULTIME RICERCHE

In questi ultimi anni, l’attenzione di numerosi ricercatori si è focalizzata anche sui meccanismi e sulle sostanze che hanno un’attività a livello del sistema nervoso centrale capace di scatenare e regolare una normale erezione del pene. Tra questi spiccano  la Dopamina e la Melanocortina.

In seguito a questi studi sono stati proposti alcuni farmaci in tal senso, l’Apomorfina, che agisce legandosi ai recettori dei neuroni dopaminergici ipotalamici. L’uso dell’Apomorfina per via sublinguale ha dimostrato un’efficacia solo in alcuni tipi di disfunzione erettile, cioè quelle moderate.

 

ALTRI FARMACI UTILIZZATI

 

L’acido clavulanico è un farmaco ad azione centrale capace di inibire la glutammato-carbossipeptidasi II nel cervello, riducendo il rilascio di glutammato e di serotonina che a loro volta modulano il rilascio di dopamina. Ha un effetto “stimolante” su libido, erezione ed eiaculazione.

Uno studio preliminare (fase IIa), condotto negli Stati Uniti in doppio cieco e controllato con placebo, ha dimostrato un miglioramento significativo della funzione erettile. Altri studi sono comunque previsti e sono al momento in corso per verificare il possibile utilizzo clinico di questo farmaco.

Esistono infine altri farmaci recenti, quali l’Udenafil, il Mirodenafil, il Lodenfil Carbonato, l’Avanafil. Gli effetti collaterali sono sempre simili tra tutti: mal di testa, vampate al viso.

                                                                    

 

TRATTAMENTO A SUPPORTO

 

 

TRATTAMENTO DELLE CAUSE PSICOSESSUALI

Spesso il trattamento psicoterapico è necessario. Questi pazienti possono trarre giovamento dalla psicoterapia sessuale, comportamentale, o dalla psicoterapia di gruppo. I risultati di successo si riscontrano nel 50-80% dei pazienti.

 

ESERCIZI DEL PAVIMENTO PELVICO

Ci sono studi che indicano che gli esercizi dei muscoli del pavimento pelvico pelvici possono contribuire ad impedire l’impotenza. Questi esercizi migliorano e incrementano un gruppo di muscoli intorno alla vescica e retto, compresa la base del pene.

 

PARLARE CON IL PROPRIO PARTNER

Non cambia se il problema è di natura fisica o psicologica, non bisogna chiudersi in se stessi.  Aprire un dialogo con il proprio partner svelerà nuove soluzioni, distendendo situazioni spiacevoli e donando tranquillità e sicurezza utili a garantire una buona performance sessuale.

 

PIANTE E SOSTANZE A SUPPORTO

 

EPIMEDIUM – HORNY GOAT WEED (ERBACCIA SECCA DI CAPRA)

Contiene icariina, un flavonoide particolarmente presente nell’Epimedium, classicamente definito come il componente bioattivo dotato di maggiore potere fitoterapico.

Proprietà:

  1. Antiossidante, proteggendo cellule di differenti tessuti, in particolare del miocardio, dal danno indotto dall’ipossia e dalle specie reattive dell’ossigeno;
  2. Neuroprotettivo, come dimostrato nei confronti di nervi periferici di ratti sottoposti a lesione e a stress chimico-fisico, ed in modelli sperimentali di Alzheimer, nei quali la quota di Beta Amiloide esercitava un’azione particolarmente lesiva sul Sistema Nervoso Centrale;
  3. Cardioprotettivo, proteggendo i miocardiociti dall’azione lesiva delle specie reattive dell’ossigeno;
  4. DISFUNZIONE ERETTILE: per le proprietà antiossidanti utili per proteggere l’endotelio dall’azione lesiva dei ROS, con miglioramento del flusso ematico periferico.

 

SAFED MUSLI – CHLOROPHYTUM BORIVILIANUM

Utilizzato in medicina ayurvedica. E’ un  rimedio Rasayana, che aumenta la longevità. Diversi studi scientifici lo hanno identificato come un potente rimedio contro la disfunzione erettile.

La pianta Safed Musli sembra aumentare il numero degli spermatozoi, come ha evidenziato una ricerca pubblicata su Phytotherapy Research. Inoltre, le radici possono essere utili nel trattamento di alcune forme di carenze sessuali, come eiaculazione precoce e oligospermia. E’ ottimo per aumentare il desiderio sessuale (spiccata azione testosterone-like).

 

SUCCO DI MELOGRANO

Una ricerca condotta dal dottor Padma-Nathan, professore di Urologia Clinica del Keck School of Medicine, ha evidenziato eccellenti risultati. Sono stati testati 53 pazienti affetti da disfunzione erettile moderata o lieve. La durata del trattamento consisteva di due mesi intervallati da una pausa di quindici giorni tra l’uno e l’altro. Per testarne l’efficacia è stato utilizzato il sistema denominato International Index of Erectile Function (IIEF). 42 volontari hanno assistito a un marcato miglioramento a termine studio, di cui 25 hanno manifestato miglioramenti significativi in brevissimo tempo.

 

MACA PERUVIANA

Secondo recenti studi scientifici da 1,5 a 3 grammi al giorno di Maca, per un minimo di 15 giorni, potrebbero migliorare l’erezione (estratto secco).

 

MUCUNA PRURIENS

Un arbusto rampicante della famiglia delle fabacee (fagioli e legumi). si trova in india e sri-lanka. le parti utilizzate sono i semi.  ha proprieta’ antiossidanti, contiene L-DOPA, glutatione, acido gallico, sitosteroli. In medicina Ayurvedica viene usato per la disfunzione erettile.
Diversi studi clinici hanno confermato le sue proprieta’ sulla disfunzione erettile senza effetti collaterali . Per la sua attivita’ stimolante la produzione di dopamina e’ indicata per migliorare la sessualita’, per l’aumento della fertilita’ e del testosterone.  Aumenta la regolazione della steroidogenesi. Controindicato in chi ha problemi epatici.

 

ARGININA

L’arginina è definito un amminoacido essenziale cioè la produzione endogena è inferiore alla sua richiesta ed è necessario quindi integrarla con l’alimentazione. La troviamo in maggior misura nella carne, soprattutto rossa, nel pesce e nei crostacei, nella soia nel soprattutto noci e arachidi e nel caviale. Un’alimentazione varia, sana ed equilibrata che comprenda pesce, carne e legumi ne assicura il giusto apporto quotidiano. Nei vegetariani e vegani, si può andare in carenza.

Nelle preparazioni farmaceutiche, l’arginina non si trova mai sola a causa della sua instabilità chimica tendenzialmente basica. Per questo si trova legata ad amminoacidi acidi come il glutammato e l’aspartato (attenzione a questa forma legata all’aspartato/aspartame).

 

SINTESI E AZIONE DELL’ARGININA

  • Avviene nel fegato e nei reni durante un processo chimico (sintesi dell’urea);
  • Costituisce il precursore della creatina importante riserva energetica per i muscoli scheletrici;
  • Viene utilizzata per produrre glucosio nel processo della gluconeogenesi, a partire da composti proteici quando vi è carenza di zuccheri e carboidrati;
  • Genera ossido nitrico (NO), importante neurotrasmettitore e vasodilatatore;
  • Potenzia una classe di cellule dette T del sistema immunitario capaci di eliminare agenti patogeni e cellule estranee o cancerose riconosciute dagli anticorpi;
  • Viene convertita in AGMATINA (neurotrasmettitore che agisce a livello cerebrale regolando l’attivazione di alcune terminazioni nervose e che funge anche da vasodilatatore) – regola sonno e veglia e riduce lo stress;
  • L’arginina in eccesso, viene eliminata a livello intestinale previa trasformazione in putrescina da parte della flora batterica;
  • Stimola il rilascio di GH (ormone della crescita) – promuove l’accrescimento dell’apparato muscolare e scheletrico e favorisce l’utilizzo dei grassi;

 

UTILIZZO NELLA DISFUZIONE ERETTILE

L’arginina rende più fluida la circolazione sanguigna mediante la formazione di ossido nitrico che agisce direttamente a livello dell’endotelio delle pareti dei vasi sanguigni provocando vasodilatazione. Inoltre l’ossido nitrico si contrappone all’aggregazione piastrinica inibendo l’eventuale formazione di trombi e migliorando la pressione arteriosa, causa di problemi erettili.

Rispetto ad alcuni farmaci (inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5, che bloccano la degradazione dell’ossido nitrico NO), l’arginina incrementa la sua produzione.

Funziona in alcuni soggetti e in altri meno, perché la produzione di ossido nitrico non garantisce necessariamente l’erezione del pene ( cause quali sovrappeso, persone sedentarie, diabetiche, fumatori incalliti, uso di droghe).

 

EFFETTI COLLATERALI

  • Mal di testa (eccessiva vasodilatazione);
  • Diarrea e dolori addominali causati dalla conversione di arginina in agmatina da parte della flora batterica;
  • La produzione di AGMATINA (un’ammina simile all’istamina), può provocare a livello enterico aumentata peristalsi e infiammazione;
  • Iperglicemia – scarso utilizzo degli zuccheri per la produzione di glucosio sintetizzato dai grassi (sconsigliata ai diabetici);
  • Non assumere durante l’uso di antinfiammatori ( aumento dei danni alle pareti gastriche);
  • Disturbi gastrici, crampi intestinali e diarrea;
  • Aumento di herpes simplex o genitale (l’arginina aumenta la carica virale);
  • Sconsigliata a chi ha avuto infarti;
  • Induce maggiore produzione gastrica (attenzione a chi soffre di ulcere gastriche o gastriti. In quest’ultimo caso sarebbe opportuno valutare il dosaggio con il proprio medico e la sua assunzione a stomaco pieno);
  • Può in alcuni casi aumentare le allergie (aumento delle ammine biogene).

 

BIBLIOGRAFIA

 

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IMPORTANTE

Le informazioni contenute in questo articolo sono da intendersi a puro scopo informativo e divulgativo e non devono essere intese in alcun modo come diagnosi, prognosi o terapie da sostituirsi a quelle farmacologiche eventualmente in atto. In nessun caso sostituiscono la consulenza medica specialistica. L’autore ed il sito declinano ogni responsabilità rispetto ad eventuali reazione indesiderate.

LA FRUTTA FA AUMENTARE IL PESO CORPOREO?

La frutta essendo dolce e zuccherina può determinare un aumento di peso e contribuire ad obesità e insulinoresistenza? Secondo la legge della termodinamica, se introduco calorie tenderò ad ingrassare, se invece spenderò calorie tenderò a dimagrire. Quindi, se introduco calorie dalla carne, formaggi o dalla frutta non cambia nulla, sempre secondo il principio descritto precedentemente. Non cambia molto se provenienti da lipidi, glucidi o proteine.

Se è vero che la frutta contiene molti zuccheri, produce al contempo sazietà (acqua e fibre), producendo velocemente nel nostro organismo una sensazione di pienezza. Nei soggetti diabetici, che devono perdere peso, viene spesso suggerita una mela prima dei pasti, insieme ad un bicchiere d’acqua, in quanto le fibre contenute occupano lo stomaco. Secondo il modello di risposta al riempiemento dello stomaco, o teoria dei meccanorecettori, l’ipotalamo riceverebbe informazioni dallo stomaco che,  in modo più specifico, è capace di valutare e trasferire il proprio grado di riempimento, e quindi di stiramento grazie a particolari meccanorecettori.  Oltre ad esso, la sensazione di sazietà non incrementa la grelina o ormone della fame.

La frutta ha inoltre un indice glicemico più basso di altri alimenti, per le fibre contenute e per il fruttosio presente, che rispetto al glucosio e saccarosio ha un indice glicemico meno alto. Se poi viene mangiata con la buccia (mela ad esempio), il suo indice glicemico si abbassa ancora.

 

CARATTERISTICHE DELLA FRUTTA

 

  • Il fruttosio presente nella frutta non ha caratteristiche migliori rispetto al glucosio, in quanto viene trasformato più facilmente in grassi di deposito. Questo, perché salta una tappa della regolazione della glicolisi, definita fosfofruttochinasi, che tende a bloccare la reazione quando non necessitiamo di energia. Il fruttosio, saltando questa tappa, forza la via metabolica convertendosi in grasso grazie alla funzione dell’AcetilCoA;
  • Il fruttosio inoltre non bypassa la barriera ematoencefalica, eludendo i meccanismi di sazietà a bere termine come avviene invece per il glucosio;
  • La frutta però contiene anche glucosio, saccarosio, i quali rappresentano fonti complete di zuccheri naturali;
  • La frutta è ad alta densità nutrizionale. Essendo ricca di zuccheri è al contempo più densa, cioè ricca di nutrienti micro ed extra quali vitamine, minerali, polifenoli, acidi organici, carotenoidi, fitocomposti, antiossidanti, chelanti, che proteggono da malattie degenerative e cardiovascolari;
  • La frutta fresca contiene circa l’80% di acqua, contribuendo al bilancio idrico, contiene potassio e pochissimo sodio (rapporto 200:1), contribuendo così a bilanciare l’eccesso di sodio nel corpo;
  • Il nostro cervello, muscoli ecc funzionano prevalentemente a base di carboidrati;

 

CONTENUTO MEDIO DI ZUCCHERO IN ALCUNI FRUTTI

 

FRAGOLE: 150 grammi equivalenti a 49Kcal, contengono 7,5 grammi di zucchero, 29% DV di manganese, 150% DV di vitamina C

KIWI: 75 grammi equivalenti a 47 Kcal, contengono 7 grammi di zuccheri, 150% DV di vitamina C

ARANCIA: 140 grammi equivalenti a 69 Kcal, contengono 12 grammi di zucchero, 6% DV di calcio, 150% di vitamina C

UVA: 100 grammi equivalenti a 67 Kcal, contengono 16 grammi di zucchero, 36% DV di manganese, polifenoli

PESCA: 150 grammi, equivalenti a 59 Kcal, contengono 13 grammi di zucchero e carotenoidi (beta cripto xantina, utile nella prevenzione ossea, antiossidante, fonte di vitamina A, preventivo dei tumori)

MELA: 180 grammi, equivalenti a 95 Kcal, contengono 19 grammi di zucchero, fibre 19% DV, e importanti polifenoli quali l’acido clorogenico ( utile in quanto stabilizza la glicemia, riducendo l’assorbimento dei grassi e degli zuccheri da parte dell’intestino); inoltre contiene quercetina nella buccia ( aiuta il ripristino del tocoferolo da  tocoferil-radicale, inibisce l’ossido nitrico NO, inibisce le chinasi dei fosfoinositidi PI3K e PI4P-5K, coinvolte nelle risposte proliferative, inibisce la 5-lipossigenasi la quale produce i leucotrieni, mediatori dell’infiammazione, ecc.) .

 

REGOLE ESSENZIALI PER IL CONSUMO DI FRUTTA

  • Consumare frutta di stagione perché al massimo della sua densità nutrizionale;
  • Evitare la frutta fuori stagione perché priva di principi attivi al pari di quella di stagione e perché trattata maggiormente con fitofarmaci;
  • Preferire la frutta matura rispetto a quella acerba, anche se ad alto contenuto di zuccheri, in quanto quella acerba, meno calorica per il fatto che gli acidi organici contenuti non sono stati tutti trasformati in zuccheri, risulta essere più carente di extranutrienti (minerali, polifenoli, ecc.) e meno digeribile;
  • La frutta acerba è più acidificante e pertanto più demineralizzante;
  • Mangiarla possibilmente con la buccia perché più ricca di fibre e quindi più saziante e con indice glicemico più basso, ma anche perché molte vitamine, minerali e altri composti sono soprattutto concentrati nella parte esterna dei frutti;
  • La frutta va lavata velocemente come la verdura, e non strofinata per tanto tempo, utilizzando bicarbonato ecc. Questa modalità fa perdere solo vitamine e altri composti utili. Eventuali tossine chimiche presenti (pesticidi o fitofarmaci), non saranno rimossi con nessun accorgimento, in quanto oramai sistemici e non diluibili in acqua;
  • Evitare di bere spesso succhi di frutta, anche se freschi, perché pur contenendo vitamine e minerali hanno un indice glicemico alto (in quanto privi di fibre e altre sostanze).

 

VALUTAZIONE FINALE

La frutta, anche se ricca di glucosio, fruttosio, saccarosio, ha un indice glicemico basso, contiene fibre che rallentano l’assorbimento degli zuccheri contribuendo a non creare picchi glicemici,  contiene vitamine e altri composti che interagiscono con la regolazione della glicemia (magnesio, vitamina C), o carotenoidi (vitamina A), per la loro funzione sui recettori nucleari (PPAR-γ – peroxisome proliferator-activated receptor gamma), che regolano il deposito degli acidi grassi e il metabolismo del glucosio. La frutta inoltre è ad alta densità nutrizionale,  la quale contribuisce a non innalzare troppo i livelli di zuccheri nel sangue. La dieta ricca in fibre (almeno 15-20 g/1000 kcal), preferibilmente idrosolubili, e/o con basso indice glicemico si è dimostrata efficace nel migliorare il controllo glicemico e lipidico dei pazienti con diabete mellito e utile nella prevenzione secondaria del diabete.

 

IL VEGAN CRUDISMO E L’IPOTESI IGIENISTA. LA COTTURA DEL CIBO E IL CONSUMO DI CARNE SONO DANNOSI PER LA NOSTRA SALUTE?

Secondo le ipotesi attuali l’Homo erectus, comparso sulla terra un milione e mezzo di anni fa, era un cacciatore che si cibava di animali. Un’ipotesi sostiene che sia la medesima specie di Homo ergaster, mentre un’altra che sia una specie prettamente asiatica evolutasi da H .ergaster. Originariamente venne denominato Pitecantropo e Uomo di Giava. La sua scoperta risale al 1891, quando nel giacimento di Trinil dell’isola di Giava, Eugène Dubois rinvenne una calotta cranica, insieme ad un molare e un femore. Dalle conoscenze fino ad allora accumulate egli dedusse che si trattasse di un uomo scimmia, per cui gli diede il nome di Pithecanthropus erectus. Oggi noi sappiamo tuttavia che Homo erectus, come è stato poi ribattezzato, era un ominide più evoluto rispetto al genere Australopithecus. L’Homo Erectus usava utensili più diversificati ed avanzati dei suoi predecessori. Si trattava di strumenti di pietra, un’innovazione significativa fu l’utilizzo di asce a doppio filo e pietre bifacciali scheggiate su due lati, chiamate comunemente amigdale per la loro forma a mandorla, usate come strumenti per scavare radici, TRITARE VEGETALI e probabilmente per tagliare pelli .

 

IL NOSTRO ANTENATO MANGIAVA CARNE O VEGETALI?

Yoel Melamed e Naama Goren-Inbar della Bar-Ilan University di Ramat Gan, in Israele, e i loro colleghi hanno raccolto dati sulla diversità e l’abbondanza di resti vegetali durante i periodi in cui vi è evidenza di attività umana. Hanno anche guardato i resti delle piante da tempi in cui non ci sono prove che gli esseri umani fossero presenti. Confrontando le due serie di dati, potevano ottenere un’idea ragionevole di quali piante gli umani stavano deliberatamente raccogliendo dall’ambiente circostante. Si scopre che gli antichi umani avevano gusti straordinariamente ampi. Raccolsero non meno di 55 tipi diversi di piante raccogliendo noci, frutta, semi e gambi sotterranei o mangiandoli come verdure.  Secondo Goren-Inbar , la dieta umana moderna è chiaramente limitata rispetto alla dieta degli ominidi o anche alla dieta dei primi agricoltori.  Amanda Henry al Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, in Germania, pensa che le prime diete umane erano ricche di piante. Gli studi di Yoel Melamed e Naama Goren-Inbar e quelli di Amanda Henry sostengono che gli ominidi erano probabilmente prevalentemente vegetariani.

In seguito all’introduzione dell’agricoltura (10.000 anni fa), si sviluppò un’attitudine stanziale che favorì la coltivazione di alcuni cereali (orzo, grano) e la cottura dei cibi.

Secondo alcuni ricercatori, con il passare del tempo i cereali subirono delle trasformazioni fisico-chimiche e della selezione botanica. Una delle modificazioni più sostanziali è stata la cottura. In seguito alla cottura i cereali vanno incontro a polimerizzazione (reazione chimica che porta alla formazione di una catena polimerica, ovvero di una molecola costituita da molte parti uguali che si ripetono in sequenza dette “unità ripetitive”, a partire da molecole più semplici dette monomeri), gli acidi grassi polinsaturi si ossidano, gli enzimi si distruggono e la struttura spaziale delle molecole si modifica determinando la difficoltà del nostro sistema umorale a discriminare il self dal non self.

 

L’IGIENISMO E L’ALIMENTAZIONE CRUDISTA

Negli anni ’60 il naturopata italiano Luigi Costacurta (1921-1991), predicando il crudismo e il vegetarianismo, affermava che la cottura altera le proprietà dei cibi:

“Non dobbiamo dimenticare che oltre i 40° C tutti gli enzimi e le diastasi (gruppo di enzimi che catalizzano l’idrolisi – rottura – dell’amido in maltosio ed altri zuccheri), vengono distrutti e, poiché non si può cuocere senza raggiungere la temperatura di ebollizione, anche se cuociamo a bagnomaria, diciamo che le vitamine si disperdono tutte, i minerali si scindono e i grassi cominciano a decomporsi i acidi grassi e glicerina. Se poi cuociamo a contatto diretto con le fonti di calore, come tradizionalmente si fa, questi si scindono in acqua e catrami cancerogeni fra i quali si libera il 3,4-benzopirene molto caratteristico per il suo aroma che si sprigiona principalmente quando si friggono e si cuociono le carni”. 

Un’analisi della letteratura medica ha evidenziato il rapporto tra cibi crudi, cotti e il rischio di ammalarsi di cancro, molto probabilmente per la minore disponibilità dei micronutrienti dei cibi cotti rispetto a quelli crudi e per la distruzione degli enzimi digestivi.

E’ risaputo che dopo l’ingestione dei cibi cotti si verifica nel sangue un’attivazione dei leucociti. Questo rappresenta il fatto che molte macromolecole attraversano la parete intestinale provocando una risposta immunitaria.

I possibili meccanismi attraverso i quali la cottura influisce sulla relazione tra verdura e rischio di cancro includono cambiamenti nella disponibilità di alcune sostanze nutritive, distruzione degli enzimi digestivi e alterazione della struttura e digeribilità del cibo. Il consumo di verdure crude e cotte è inversamente correlato ai tumori epiteliali, in particolare quelli del tratto gastrointestinale superiore e, eventualmente, del cancro al seno.

 

LA TEORIA DELLA LEUCITOSI DIGESTIVA

Paul Kouchakoff dell’Istituto di Chimica Clinica, Losanna – Svizzera, nel 1930 al Primo Congresso Internazionale di Microbiologia di Parigi, dimostrò come i cibi cotti inducono una “leucocitosi digestiva” (aumento smisurato di globuli bianchi) dopo ogni loro assunzione.

Si era dimostrato, mediante prelievo di sangue,  i leucociti prima di pranzo, per i 3 gruppi di persone testate (vegan crudiste, vegetariane e onnivore), sulla normale media delle 6000 unità per mmc di sangue. Dopo pranzo accadeva di tutto: nei vegetariani c’era un raddoppio dei leucociti (12.000 leucociti e oltre), negli onnivori, una triplicazione (18.000 e oltre), nei vegan crudisti nessuna variazione, 6000 prima e 6000 dopo.

Lusignani dell’Università di Parma, aveva pubblicato 6 anni prima di Kouchakoff, un lavoro che dimostrava come le variazioni leucocitarie successive alla digestione dell’alimento cotto, derivino dai meccanismi nervosi centrali e periferici che, regolando il calibro vasale, determinano l’aumento o il decremento dei leucociti tramite fenomeni di vaso-costrizione o di vaso-dilatazione.

L’organismo vivente è molto sensibile a tutte le influenze nocive e reagisce contro di loro immediatamente. Dopo ogni razione di cibo, si osserva un aumento generale dei globuli bianchi, e un cambiamento del loro rapporto percentuale. Questo fenomeno è stato considerato, fino ad ora, fisiologico e si chiama “leucocitosi digestiva”. Al contempo, dopo aver ingerito alimenti crudi, né il numero di globuli bianchi, né il loro rapporto percentuale è cambiato. Lo stesso avviene durante l’assunzione di acqua potabile non bollita, sale, diversi prodotti alimentari verdi, cereali, noci, miele, uova crude, carne cruda, pesce crudo, latte fresco, latte acido, burro, cioè i prodotti alimentari nello stato in cui essi esistono in natura.

ALIMENTI RAFFINATI

Dopo il consumo di prodotti raffinati, il numero di globuli bianchi è cambiato, come anche il loro rapporto percentuale.

MASTICARE BENE RIDUCE LA LEUCOCITOSI DIGESTIVA

Gli Esperimenti dimostrano anche che la reazione nel nostro sangue avviene nel momento in cui il cibo entra nello stomaco, mentre la preliminare masticazione del cibo in bocca, riduce questa reazione.

OGNI ALIMENTO HA LA PROPRIA TEMPERATURA DA NON OLTREPASSARE

Ogni alimento abbia la sua propria temperatura da non oltrepassare con il riscaldamento, altrimenti perde le sue virtù originali e scatena una reazione nell’organismo. La semplice acqua potabile, riscaldata per mezz’ora a una temperatura di 87 °C non cambia la composizione del sangue, ma questa stessa acqua, riscaldata a 88 °C, la modifica.

IL CONCETTO DI TEMPERATURA CRITICA

Viene considerato come il massimo grado di temperatura al quale può essere sottoposto un alimento senza perdere le sue proprietà e senza causare leucitosi digestiva.

  1. Acqua: 87°C;
  2. Latte 88°C;
  3. Cereali, Pomodori, Cavoli e Banane, 89°C;
  4. Pere, Carne, 90°C;
  5. Burro, 91°C;
  6. Mele e Arance, 92°C;
  7. Patate, 93°C;
  8. Carote, Fragole, Fichi, 97°C

PRODOTTI COTTI E CRUDI INSIEME

Zucchero, vino, ecc. cioè prodotti cotti possono essere consumati senza scatenare alcuna reazione, solo quando vengono introdotti nel nostro Organismo insieme ad  almeno due alimenti crudi di una diversa Temperatura Critica.

I PRODOTTI CRUDI NON SCATENANO LA LEUCOCITOSI DIGESTIVA

Dopo il consumo di prodotti alimentari freschi crudi, prodotti dalla natura, la nostra composizione ematica non cambia in alcun lasso di tempo, né in conseguenza di qualsiasi combinazione.

COME EVITARE LA LEUCOCITOSI DIGESTIVA SECONDO I VEGAN CRUDISTI

E’ stato dimostrato che è possibile ingerire, senza cambiare la composizione ematica, ogni genere di prodotti alimentari che è abitualmente consumata, ma solo seguendo questa regola: devono essere ingeriti insieme agli alimenti crudi, secondo la formula descritta. In un organismo sano, con il consumo di un alimento, non è possibile modificare il rapporto percentuale dei globuli bianchi, senza aumentare il loro numero complessivo. Gli alimenti non sembrano avere alcuna influenza sulla eosinofilia transizionale e polimorfonucleare (variazione dei leucociti) ed il loro rapporto percentuale non è alterato.

COTTO O CRUDO?

Secondo i sostenitori del crudismo, il nostro organismo è in grado di utilizzare il cibo cotto, ma è costretto a trasformare una materia morta in vivente, a spese però della nostra energia vitale di cui siamo forniti alla nascita, e che per questo motivo viene indebolita. questo nostro capitale energetico, viene parecchio diminuito, in seguito alla cottura dei nostri alimenti, per una duplice causa: 1) per la reazione sanguigna messa in evidenza da Kouchakoff  2) per lo sforzo supplementare imposto al nostro organismo per trasformare un alimento morto in materia viva.

ACCORGIMENTI E STILI DI VITA DA ADOTTARE SECONDO I VEGAN CRUDISTI

Prima di ogni alimento cotto, assumere alimenti crudi, possibilmente insalata mista: lattuga (canasta, lollo, etc.), rucola, radicchio, tarassaco, cetrioli, carote, cipolla rossa di tropea, aglio, etc., e possibilmente assumere alimenti crudi insieme a quelli cotti, tipo spaghetti integrali con sugo crudista di pomodori, patate al vapore con gazpacho e lattuga, legumi (cottura 15’ previa attivazione per ammollo di 24 ore in acqua con un pò di aceto di mele, poi si spegne e si assumono dopo 8 ore che sono stati in pentola coperchiata ad intiepidire) con pomodori crudi.

REAZIONE DI MAILLARD E COTTURA DEI CIBI

Rappresentano una serie complessa di fenomeni che avviene a seguito dell’interazione di zuccheri e proteine durante la cottura. I composti che si formano con queste trasformazioni sono bruni e dal caratteristico odore di crosta di pane appena sfornato.

E’ seguita da diverse fasi (1,2,3). Già nella prima fase la disponibilità di amminoacidi essenziali come la lisina risulta compromessa. Nella seconda fase si forma acido solfidrico, che agisce come l’acido cianidrico inibendo la respirazione mitocondriale. Nella terza fase si formano le melanoidine, le quali sono responsabili del colore bruno della crosta dei prodotti da forno e delle striature della carne ai ferri. Se la temperatura è troppo elevata si formano sostanze nocive come l’acrilammide e l’idrossimetilfurfurale. L’acrilamide è un composto mutageno e potenzialmente cancerogeno, con tossicità sistemica ma preferenziale per il sistema nervoso sia centrale che periferico (causa polineuropatia) e quello riproduttivo. L’effetto biologico è dovuto al suo essere un composto nucleofilo che si coniuga facilmente attraverso il suo doppio legame con gruppi chimici di molecole biologiche, soprattutto i gruppi zolfo dei residui di cisteina (nelle proteine) e i gruppi amminici o chetonici (nelle basi del DNA). Il legame risultante è covalente ed impedisce il corretto funzionamento della macromolecola cui l’acrilammide si coniuga.

A livello cerebrale questi composti, come pure un basso grado di infiammazione intestinale di basso grado dovuta al tipo di alimentazione cotta, determina una LEAKY BRAIN e conseguente permeabilità della barriera ematoencefalica, causa sovente di neurodegenerazioni.

 

IL DIGIUNO COME TERAPIA NELLA PRATICA IGIENISTA

H.H. Reckeweg, medico fondatore dell’omotossicologia, affermava negli anni ’30 che il nostro tessuto connettivo o matrice soffre di una intossicazione cronica da tossine esterne ed interne all’organismo. Il presupposto della sua metodica è fondato sul fatto che, il nostro organismo, ha un potenziale autoriparativo e, se messo nelle condizioni di attuarlo potrà eliminare le tossine presenti e recuperare lo stato di salute.

La più antica forma di autoriparazione dell’organismo è il digiuno. Con questo si intende una dieta basata sulla sola acqua o integrata da infusi non zuccherati. La sua durata è in relazione al tipo di situazione che si intende trattare, preparatoria in alcuni casi, disintossicante in altri, curativa per alcune situazioni, basata sul concetto ippocratico di VIS MEDICATRIX (forza vitale risanatrice), poi riproposto da Benedict Lust  (naturopata).

In tale dinamica, il corpo seleziona e distrugge i tessuti danneggiati, i depositi in eccesso di grassi e proteine eliminando le scorie nocive. Il dottor Massimo Medelli Roia, massimo esponente in digiuno terapia, afferma che con il digiuno il corpo accelera i tempi con cui ogni cellula si rinnova e si autoripara.

Un terzo della spesa energetica dell’organismo è spesa per la digestione. Il riposo dell’apparato digerente comporta il riposo dell’apparato gastrointestinale, risparmiando energia che verrà utilizzata dal corpo per aumentare i normali processi depurativi riparativi, rinforzando il sistema immunitario e le risposte fisiologiche dell’organismo.

Il terapeuta (heilpraktiker, naturopata con diploma sanitario federale MTE, medico chirurgo, biologo nutrizionista, dietista), fungerà da spettatore e da guida in questo processo automatico corporeo, attenzionando le sue modifiche per eventuali supporti durante il digiuno. E’ bene che tale metodica sia monitorata da personale competente e abilitato per legge, sia per evitare inconvenienti (tossicità epatica e renale, tendenza alla disidratazione, ipotensione, ipoglicemia), in determinate patologie,  sia perché nella fase del digiuno possono subentrare degli effetti depurativi che si manifestano con mal di testa, nausea, debolezza, sovente scambiati per effetti collaterali negativi.

Il digiuno è utile in tutte le malattie autoimmuni e neurodegenerative, nelle quali è in grado di contrastare la progressione delle stesse e di attivare i meccanismi autoriparativi del corpo.

DIGIUNO INTERMITTENTE: L’ALTERNATIVA SCIENTIFICA MODERNA

In alternativa al digiuno terapeutico estremo, esiste quello intermittente. Quando si parla di digiuno intermittente si intende indicare una serie di protocolli basati su digiuni di breve durata, con l’obiettivo di migliorare le condizioni di salute del soggetto. I più semplici e di facile implementazione prevedono un digiuno di 16-20 ore e un periodo di accesso al cibo di 8-4 ore,  da praticare, volendo, anche ogni giorno.

Altri sono basati su un digiuno che può arrivare alle 24-30 ore, che può essere praticato da due volte al mese fino ad un massimo di due volte a settimana. Infine un protocollo molto utilizzato nel campo della ricerca prevede alternanza: un giorni si mangia normalmente mentre il successivo si digiuna o, più spesso, ci si mantiene in condizioni di forte restrizione calorica, consumando meno di 600-800 kcal giornaliere.

I BENEFICI DEL DIGIUNO INTERMITTENTE

Ovviamente uno degli immediati benefici del digiuno intermittente è la riduzione del grasso corporeo, riduzione spesso molto importante, senza un’apprezzabile calo della massa magra: infatti quando il digiuno viene mantenuto tra le 16 e le 24 ore nell’organismo il combustibile d’elezione per i processi metabolici diviene il grasso, con un utilizzo importante dei trigliceridi che vengono recuperati tramite mobilizzazione delle scorte del tessuto adiposo, mentre l’utilizzo delle proteine come sorgente di energia non aumenta in modo significativo fino al terzo giorno di digiuno. Questo lo rende un approccio alimentare utilizzato tra sportivi e bodybuilders che vogliano aumentare la definizione muscolare senza sacrificare la tanto agognata massa magra.

Studi basati su un protocollo a giorni alterni hanno mostrato: riduzione del colesterolo LDL, quello comunemente chiamato colesterolo “cattivo” visto il suo possibile ruolo nella genesi di malattie cardivascolari; riduzione dei trigliceridi che, semplificando, possiamo definire forme di accumulo dell’energia in eccesso introdotta con la dieta e potenziale fattore di rischio oltre che per malattie cardiovascolari anche per insulinoresistenza e sindrome metabolica; un sostanziale mantenimento dei livelli di colesterolo HDL, il colesterolo “buono” che secondo alcuni autori avrebbe un effetto protettivo nei confronti di patologie cardiache e vascolari.

GLI ESPONENTI DELLA CORRENTE IGIENISTA E DELLA DOTTRINA TERMICA DELLA SALUTE

Coloro che hanno praticato l’igienismo per la propria salute o per passione, sperimentando l’applicazione dei cataplasma e delle pratiche idriche in generale, possono confermare gli effetti ottenuti: disinfiammanti, antidolorifici, di assorbimento calorico, normalizzanti delle funzioni digestive, delle tensioni nervose e dell’umore. Sui loro meccanismi d’azione le conoscenze non sembrano però ancora soddisfacenti o quantomeno non sufficienti per spiegare i risultati ottenuti. Effetti terapeutici a volte poco significativi, ma in molti casi di notevole importanza.

I fautori di questa corrente naturopatica igienista, tra i quali Priesnitz, Kneipp, Just, Kuhne, Taddeo, Ehret, Shelton, Lezaeta, Costacurta non erano medici né scienziati, ma semplicemente degli empirici, studiosi e osservatori appassionati e attenti ai fenomeni della natura. Tutti questi antesignani della medicina naturale hanno dimostrato e  insegnato come sia possibile stare in salute senza l’ausilio di farmaci e vivere con gratitudine e amore in semplicità.

Esistono anche medici fautori della pratica naturopatica igienista, tra i quali Paul Carton, Guglielmo Winternitz, Samuel Hahnemann, Max Gerson, Alexander Salmanoff, Caterine Kusmine, Alfonso Palatini, utilizzando queste metodiche, insieme ad altre discipline naturali, per gli effetti curativi relativi la sfera emotiva: umore, depressione, fobie e paure.

Nel campo delle medicine naturali la dieta rappresenta una delle indicazioni salutistiche più usate: modi di mangiare, qualità del cibo, composizione del pasto e digestione.

Citiamo ad esempio la dieta senza muco di Ehret, oppure quella di Shelton.  Sono di regimi alimentari basati sul crudismo vegetale (frutta, verdura e cereali integrali). La salute e la normalità digestiva, come pure il mantenimento delle funzioni dell’organismo, è controllata da semidigiuni e digiuni.

Le discipline complementari e alternative dedicano particolari attenzioni allo stile di vita che può essere definito salutistico o di prevenzione, poiché oltre alla scrupolosità della dieta rigidamente vitalizzante si aggiunge anche l’osservanza di comportamenti di vita morale, etica e socializzante. Non possiamo non citare la disciplina UMORALE di Ippocrate e Galeno, fondate proprio sulla regolazione della DISCRASIA degli umori attraverso la dieta e l’uso delle piante.

Tra i diversi capostipiti della corrente igienista spiccano Lezaeta Acharan e Costacurta. Lo stile alimentare raccomandato da questa scuola igienista tiene conto delle condizioni di salute del soggetto nei casi di normale mantenimento o di malattia. Secondo il naturoigienista, il suo stile alimentare non è solo vegano o vegetariano, ma trofologico o trofoterapico, che risponde adeguatamente a qualsiasi esigenza nutritiva.

E’ proprio Manuel Lezaeta Acharan, che ha ideato la DOTTRINA TERMICA, la quale prevede nella condizione di salute l’equilibrio tra le temperature interne ed esterne del corpo e lo squilibrio nella malattia.

Secondo Lezaeta Acharan, “l’uomo non si nutre con quello che mangia ma con quello che digerisce”; e quindi per conservare la salute e nei casi di malattia proponeva una serie di pratiche con gli agenti naturali insegnati dai grandi idroterapisti (Prriesnitz, Kneipp, Kuhne, ecc.). Lo scopo è lo stesso espresso dalla dottrina dell’equilibrio termico: rinfrescare le viscere per ridare calore alla pelle agendo su due direzioni: a) disintossicare, disinfiammare, decongestionare l’organismo mediante l’impiego degli elementi naturali, e b) nutrendo e rivitalizzando adeguatamente l’organismo malato o sano.

I cataplasmi di fango sul ventre, i lavaggi intestinali, le frizioni, le compresse e gli avvolgimenti umidi freddi sul corpo sono pratiche conosciute dal naturoigienista che applica saltuariamente per il suo normale benessere o ripetutamente e con costanza nei casi di infermità.

Le applicazioni di fango con terra vergine (non argilla), sul ventre o colonna consente un migliore assorbimento del calore viscerale e al tempo stesso un’azione calmante; l’acqua stimola l’energia vitale e l’aria e la luce vivificano e stimolano l’organismo.

L’effetto sedativo e le sensazioni di benessere che si ottengono mediante l’applicazione di queste tecniche sono il risultato evidente delle azioni delle forze vitali proprie degli elementi naturali.

Si ritiene dunque che queste pratiche igieniche, interessando i circuiti afferenti vagali, entrino a far parte delle comunicazioni bidirezionali (feedback) che influiscono sulle strutture cerebrali.

Questo spiega gli esiti positivi riscontrati in molte patologie con le applicazioni delle discipline igienistiche naturali, in particolare nelle depressione, crisi di panico, tensioni nervose, partecipazione sociale, epilessia, ipertensione, tachicardia.

 

OSSERVAZIONI CRITICHE SUL VEGAN CRUDISMO

Se è vero che la teoria del crudismo sembrerebbe offrire dei vantaggi, è necessario fare delle precisazioni critiche:

  • Rappresenta per alcuni un regime alimentare decisamente sbilanciato (dieta iperglicidica) che spinge al consumo di notevoli quantità di frutta e di verdure crude;
  • La dieta crudista costringe il soggetto a sottostare alle inevitabili stagionalità di determinati cibi nonché alla tipologia dei cibi stessi;
  • Forte limitazione del consumo di carni e pesci (per gli amanti della carne e per i sostenitori della paleo o del gruppo sanguigno)
  • Non considera i benefici che derivano dalla cottura dei cibi (maggiore appetibilità, maggiore digeribilità), in quanto i cibi cotti sono più digeribili perché più masticabili, più assimilabili e meno grassi;
  • Minore salubrità e minore igienicità (la cottura è in grado di eliminare moltissimi microrganismi patogeni – Salmonella, Escherichia coli, Clostridium botulinum, Anisakis, Giardia lamblia, Bacillus Cereus, Entamoeba histolytica, Stafilococcus Aureus ecc.);
  • Gli enzimi subiscono comunque un processo di denaturazione a causa dell’acidità dello stomaco;
  • Il crudismo potrebbe comportare un aumento di rischio per infezioni nelle donne in stato interessante e soggetti immunodepressi
  • Non sempre la cottura degli alimenti è nociva, basti pensare all’uovo e all’avidina che, legandosi alla biotina (nota anche come vitamina B8) ne impedisce la biodisponibilità;
  • La cottura dei cereali integrali e dei legumi elimina l’acido fitico che si oppone all’assorbimento di diversi minerali.
  • Non sembra ci siamo stati ulteriori studi a supporto della leucocitosi digestiva.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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  7. Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2004 – Raw versus cooked vegetables and cancer risk – Link LB, Potter JD
  8. Luigi Costacurta – La nuova dietetica – Edizioni Accademia G.Galilei
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  10. Obes Rev. 2011 Jul – Intermittent versus daily calorie restriction: which diet regimen is more effective for weight loss? – Varady KA
  11. Br J Nutr. 2011 Feb – Improvements in LDL particle size and distribution by short-term alternate day modified fasting in obese adults – Varady KA, Bhutani S, Klempel MC, Lamarche B
  12. Chiomento – Naturoigienismo e spiritualità

 

 

 

 

GLI EFFETTI DEL CAFFE’ SUL NOSTRO ORGANISMO

Umberto Villanti

Il caffè è una bevanda ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali appartenenti al genere Coffea, parte della famiglia botanica delle Rubiacee, un gruppo di angiosperme che comprende oltre 600 generi e 13.500 specie. La parola araba qahwa in origine, identificava una bevanda prodotta dal succo estratto da alcuni semi che veniva consumata come liquido rosso scuro, il quale, bevuto, provocava effetti eccitanti e stimolanti, tanto da essere utilizzato anche in qualità di medicinale. Oggi questa parola indica, in arabo, precisamente il caffè.

LEGGENDE SUL CAFFE’

Esistono molte leggende sull’origine del caffè. La più conosciuta parla di un pastore chiamato Kaldi che portava a pascolare le capre in Etiopia. Un giorno queste incontrando una pianta di caffè cominciarono a mangiarne le bacche e a masticarne le foglie. Arrivata la notte, le capre, anziché dormire, si misero a vagabondare con energia e vivacità mai espressa fino ad allora. Vedendo questo, il pastore ne individuò la ragione e abbrustolì i semi della pianta come quelli mangiati dal suo gregge, poi li macinò e ne fece un’infusione, ottenendo il caffè. Un’altra leggenda ha come protagonista il profeta Maometto il quale, sentendosi male, ebbe un giorno la visione dell’Arcangelo Gabriele che gli offriva una pozione nera (come la Sacra Pietra della Mecca) creata da Allah, che gli permise di riprendersi e tornare in forze.

PROPRIETA’ DEL CAFFÈ

Il caffè possiede un’azione antiossidante per la quantità di composti fenolici quali acido clorogenico, caffeico, quercetina, e sostanze antinfiammatorie (polifenoli). Fa parte delle sostanze nervine con azione stimolante per il sistema nervoso, in quanto contengono una classe di alcaloidi purinici chiamate metilxantine. Tra le principali la caffeina, teofillina e teobromina (contenue anche nel cacao, guaranà, tè, cola). La caffeina è un inibitore della fosfodiesterasi, un enzima che interrompe il segnale a cascata inibitorio degli ormoni catabolizzanti come l’adrenalina. In presenza di caffeina questo meccanismo è inibito causando una ipereccitabilità delle cellule, che si traduce in minore stanchezza, maggiore concentrazione e veglia nelle attività giornaliere e nel lavoro. L’inibizione della fosfodiesterasi V, presente a livello dei corpi cavernosi, favorisce inoltre l’afflusso di sangue, permettendo l’erezione. Il caffè aumentando l’azione catabolizzante dell’adrenalina e del glucagone produce un effetto termogenico, aumentando così la spesa energetica, con effetti “dimagranti” e ossidanti dei grassi. Questo effetto viene sfruttato da molte aziende produttrici di integratori a base di caffeina per dimagrire. Basterebbe bere del caffè per ottenere lo stesso risultato.

 

STUDI SUL CAFFE’

Nel 2012, il “National Institutes of Health-AARP Diet and Health Study” ha analizzato il rapporto tra consumo di caffè e la mortalità generale. L’ente ha scoperto che la quantità di caffè consumato si correla negativamente con il rischio di morte, ovvero, coloro che bevono caffè vivono più a lungo rispetto a quelli che non lo consumano. Gli autori hanno osservato: “solo da questi studi, non è possibile valutare se si tratti di un risultato casuale o se l’esito sia il frutto di un meccanismo ben specifico ed ancora sconosciuto”. Uno studio simile, con risultati analoghi, è stato pubblicato dal “New England Journal of Medicine”, nell’anno 2012. I ricercatori della “Harvard School of Public Health” hanno condotto una sperimentale di circa 22 anni; al termine, hanno dichiarato che: “Il caffè può esercitare potenziali effetti benefici per la salute, ma è assolutamente necessario svolgere più ricerca al fine di approfondirne i meccanismi che regolano questa correlazione”. La meta-analisi del 2014 ha messo in evidenza che il consumo di caffè pari a 4 tazze die (caffè americano) è inversamente associabile alla mortalità GENERALE (con un rischio inferiore del 16% rispetto a chi non beve caffè); in particolare, la mortalità cardiovascolare si riduce del 21 % nei soggetti che ne assumono circa 3 tazze die. La mortalità per cause tumorali NON ha mostrato alcun tipo di correlazione statistica. I risultati sono comunque contraddittori o controversi, sia sul fatto che il caffè possa esercitare dei benefici specifici per la salute, sia per quanto riguarda gli effetti potenzialmente nocivi del suo consumo.

CEFALEA E CAFFE’

Sono oramai riconosciute le proprietà analgesiche in alcune forme di cefalea, ipnica e a grappolo. La cefalea a grappolo (in inglese cluster headache) è una cefalea primaria neurovascolare estremamente dolorosa. Ha carattere periodico, con fasi attive alternate a fasi di remissione spontanea. Tali fasi attive vengono chiamate “grappoli” (o “cluster”). L’intenso dolore è causato dall’eccessiva dilatazione dei vasi cranici che generano pressione sulle terminazioni sensitive del nervo trigemino. Il caffè dunque svolge una azione che può definirsi di tipo farmacologico e, infatti, una delle componenti di molti farmaci contro il mal di testa è la caffeina. La sua azione è dovuta alla vasocostrizione con effetti lievemente analgesici. In particolare, a dosaggi superiori a 200 mg, la caffeina ha un modesto effetto analgesico soprattutto sulle cefalee di tipo tensivo. Una cefalea dove è riconosciuto che la caffeina svolge un’azione efficace è la ‘cefalea ipnica, un mal di testa che si presenta nelle persone anziane e si manifesta soltanto durante la notte. La persona può essere improvvisamente svegliata da una cefalea bilaterale lieve-moderata che può durare da 15 minuti a 6 ore, senza altri segni o sintomi d’accompagnamento come nausea e vomito. Il consumo abituale di caffè però può portare alla dipendenza e al mal di testa cronico provocando sintomi da astinenza come se si trattasse di sostanze psicotrope. Più che il desiderio di sentirsi pronti e svegli, infatti, a spingere verso l’aumento del consumo di caffeina sono, piuttosto, i sintomi dell’astinenza. Il caffè tende a mantenere svegli perché impedisce ai neuroni di liberare una sostanza, chiamata ADENOSINA, che le cellule nervose cerebrali sovraffaticate secernono per comunicare alle altre il bisogno di una pausa quando i neuroni hanno accumulato un surplus di lavoro. La comparsa del mal di testa può essere uno dei sintomi dell’astinenza da caffeina e, quindi, nelle persone soggette, si instaura un circolo vizioso dove il consumo di caffeina è sostenuto dalla paura dell’insorgenza della cefalea. Il consumo abituale di caffeina, porta allo sviluppo di cefalea cronica, soprattutto nelle donne con meno di 40 anni. Questi sono i risultati illustrati descritti presso la University of Vermont College of Medicine di Burlington – Usa, che evidenziano come questa sostanza eserciti un’azione definita farmacologica e che, a seconda del dosaggio e del tempo d’azione, può alleviare o, al contrario, aggravare il mal di testa.

SISTEMA RESPIRATORIO

La caffeina determina un rilassamento della muscolatura liscia dei brochioli, favorendo un’azione broncodilatatrice, migliorando la respirazione (azione sull’asma per la presenza di teofillina). Uno studio intitolato “The effect of caffeine in people with asthma” ha preso in esame il teorico effetto broncodilatatore della caffeina su soggetti che soffrono di una leggera o moderata forma d’asma. Gli studi svolti in merito sono stati sette, con un totale di 75 persone, ed hanno previsto l’impiego della tecnica di spirometria. Sei studi, che hanno coinvolto 55 soggetti, mostrano che, rispetto al placebo, anche dosaggi moderati di caffeina (5mg/kg di peso corporeo) sembrano migliorare la funzione polmonare fino a due ore dopo il consumo. Il parametro di “volume espiratorio forzato nel primo secondo” (FEV1) ha evidenziato un miglioramento (5% FEV1) che è perseverato fino a due ore dopo l’ingestione di caffeina. Anche la medicina Ayurvedica utilizza il caffè nelle problematiche respiratorie. I ricercatori dell’Università del Maryland, hanno evidenziato che i recettori del gusto amaro si trovano proprio nei polmoni e sono identici a quelli che si trovano nella lingua. Quelli della lingua comunicano direttamente con il cervello, mentre quelli dei polmoni hanno una risposta “locale” quando avvertono il sapore amaro.

SISTEMA DIGERENTE

Il caffè favorisce la secrezione di acido cloridrico, della bile, aumenta la motilità intestinale, facilitando il processo digestivo.

SISTEMA RENALE

La caffeina stimola la diuresi, che in alcuni casi può determinare, se assunto in quantità esagerate, l’escrezione di minerali utili (magnesio, zinco, cromo, ecc.). Inoltre può essere controindicato nei soggetti che utilizzano farmaci quali lo spironolattone, farmaco inibitorio dell’aldosterone, utilizzato nell’ipertensione e nello scompenso cardiaco, causando un maggiore perdita di potassio. Un’altra classe di farmaci quali gli ACE inibitori (Angiotensin Converting Enzyme), utilizzati anche loro nelle ipertensioni, possono determinare in combinazione con la caffeina, un aumento di escrezione di sodio, creando un una “stanchezza” surrenale (il sodio è un minerale energizzante le ghiandole surrenali).

NEURODEGENERAZIONE (PARKINSON)

Diversi studi hanno dimostrato il ruolo protettivo e terapeutico del caffè nel Parkinson. Uno di essi si è svolto su 61 persone affette da questa patologia alle quali sono state somministrate, per 6 settimane, delle pillole contenenti l’equivalente di 3 tazze di caffè al giorno ad alcune, oppure un placebo ad altre. Le persone cui era stata somministrata la caffeina hanno mostrato significativi miglioramenti nei test motori, sulla gravità dei tremori e in generale sulla mobilità.  I problemi motori sono causati dalla mancanza di dopamina in aree del cervello (substantia nigra) nelle quali i neuroni che la producono vengono distrutti. I recettori dell’adenosina, normalmente, inibiscono la produzione di dopamina. La caffeina blocca l’azione di questi recettori, e così aumenta la produzione della dopamina. Dalla pubblicazione emergono diverse caratteristiche terapeutiche della caffeina per il trattamento della malattia di Alzheimer e di altre demenze: dalla scoperta dei bersagli molecolari della caffeina, passando per le modifiche neurofisiologiche da questa causate, fino ad arrivare ai meccanismi neuroprotettivi della caffeina in differenti patologie cerebrali. Un altro studio ha evidenziato che nel caffè esistono due sostanze che mescolate insieme possono rallentare il declino cerebrale tipico del Morbo di Parkinson e della demenza a corpi di Lewy. Nello specifico, è stato scoperto che un acido grasso derivato da un neurotrasmettitore della serotonina, chiamato EHT e presente nel rivestimento dei chicchi, combinato con la caffeina è in grado di proteggere il cervello dei topi dall’accumulo eccessivo di determinate proteine associate con il Parkinson e la demenza a corpi di Lewy. Lo studio ha dimostrato infatti che la caffeina e l’EHT somministrati singolarmente ai topi non hanno lo stesso effetto bloccante della progressione della malattia che riescono invece ad avere se combinati.

EFFETTI DEL CAFFE’ SUL FEGATO

L’assunzione frequente di caffè causa in alcuni soggetti disturbi quali insonnia, difficoltà di eliminazione di alcuni farmaci, causati da una interferenza con la fase di coniugazione epatica (FASE 2). Se assumete un caffè di pomeriggio e non riuscite a dormire la sera significa che la vostra fase 1 e 2 epatica non è regolata. In questi casi andrebbe effettuata una regolazione attraverso alcuni composti (minerali, polifenoli, silimarina del cardo mariano, glutatione, ecc.) al fine di migliorare la detossificazione epatica.

CAFFE’ E SISTEMA OSTEOARTICOLARE

La frequente assunzione di caffè promuove l’escrezione urinaria di fosfati di calcio, che a lungo termine non giova al sistema osteoarticolare.

CUORE E CIRCOLAZIONE

L’assunzione di caffeina per lunghi periodi stimola i recettori alfa e beta adrenergici aumentando così la gittata e la frequenza cardiaca del cuore. Ricordiamo, che una maggiore frequenza cardiaca, specialmente in soggetti affetti da ipertensione, può tradursi nel tempo in una ipertrofia del muscolo cardiaco, che così diventa negli anni meno efficiente.  Un altro effetto prodotto dalla caffeina sono le aritmie.

PANCREAS ENDOCRINO

L’assunzione di caffè inibisce la produzione di insulina. Questo si traduce in un aumento del glucosio in circolo grazie all’azione del glucagone. Per questo motivo, i soggetti affetti da diabete dovrebbero assumere al massimo 2 tazzine di caffè al giorno.

IL PROTOCOLLO GERSON E I CLISTERI DI CAFFE’

Il dottor Gerson ipotizzò le azioni e gli effetti fisiologici degli enteroclismi di caffè e ne osservò i benefici clinici. Introducendo 1 litro di soluzione di caffè bollito nel colon si ottengono i seguenti benefici fisiologici:

  • Diluizione del sangue portale e di conseguenza della bile;
  • La teofillina e la teobromina, gli elementi nutraceutici più importanti del caffè, dilatano i vasi sanguigni e contrastano l’infiammazione dell’intestino;
  • I palmitati del caffè aumentano la percentuale di glutatione S-transferasi che è responsabile dell’eliminazione di molti radicali tossici dal siero ematico;
  • Il liquido dell’enteroclisma stimola il sistema nervoso simpatico, favorisce la peristalsi e il transito della bile tossica diluita dal duodeno e la conseguente espulsione attraverso il retto;
  • Poichè il liquido dell’enteroclisma rimane nell’organismo per quindici minuti al massimo e poichè tutto il sangue presente nell’organismo passa attraverso il fegato ogni tre minuti, gli enteroclismi a base di caffè costituiscono un metodo di dialisi del sangue attraverso le pareti intestinali;
  • Gli enteroclismi a base di caffè eliminano composti di ammoniaca, ossido nitrico e derivati, i derivati proteici, i poliammidi, gli aminoacidi, le agglutinazioni coagulate e residue e tutte le scorie che derivano dal metabolismo.

 

EFFETTI COLLATERALI DEL CAFFE’

Esistono delle controindicazioni, soprattutto nelle seguenti tipologie di persone:

  • Soggetti in età infantile
  • Gravidanza o allattamento
  • Soggetti affetti da cardiopatie
  • Ipertesi
  • Ansiosi
  • Soggetti con colon irritabile
  • Soggetti con compromissioni della mucosa gastrica

Altri effetti collaterali:

  • Insonnia
  • Cefalea
  • Tremori
  • Difficoltà di concentrazione ad alte dosi
  • Disturbi della regolazione glicemica
  • Ipertensione

Per gli amanti del caffè, la maggior parte delle suddette complicazioni è facilmente ovviabile prediligendo il così detto caffè decaffeinato, ovvero un prodotto ricavato dalla decaffeinizzazione (rimozione della caffeina per mezzo di solventi) del caffè verde crudo prima della tostatura.

 

CONTENUTO DI CAFFEINA PRESENTE NEL CAFFE’ ESPRESSO E AMERICANO

Il quantitativo di caffeina è proporzionale alla durata dell’estrazione, inoltre tanto più lungo è il caffè tanto più caffeina è presente nella tazza. Una tazza di caffè espresso è più concentrato e ricco di composti fenolici, ma più basso in contenuto di caffeina. Un caffè ristretto contiene circa 40 mg di caffeina, un espresso circa 60 mg, un caffè americano di 350 ml contiene circa 240 mg di caffeina, mentre la tazza grande statunitense di 600 ml contiene circa 480 mg di caffeina, pari a 12 caffè ristretti. Inoltre la tostatura produce composti cancerogeni. Bere quindi 12 tazzine di caffè sarà più rischioso rispetto all’equivalente di d una tazza americana di caffè.

 

  • “Decaffeinated Coffee and Glucose Metabolism in Young Men” – James A. Greenberg, David R. Owen, Allan Geliebter, Diabetes Care 5 aprile 2010 – American Diabetes Association, Inc
  • “Coffee Consumption and Risk of Type 2 Diabetes: A Systematic Review” – Rob M. van Dam, Frank B. Hu – JAMA. 2005
  • “Chlorogenic acid modifies plasma and liver concentrations of: cholesterol, triacylglycerol, and minerals in (fa/fa)” – Zucker rats, Delcy V Rodriguez de Sotillo, M Hadleya – Health Nutrition and Exercise Science Department, EML 350, North Dakota State University,
  • “Bitter Taste Receptors in The Wrong Place: Novel Airway Smooth Muscle Targets For Treating Asthma” – Transactions of the American Clinical and Climatological Association.
  • Proceedings of the National Academy of Sciences – “Synergistic neuroprotection by coffee components eicosanoyl-5-hydroxytryptamide and caffeine in models of Parkinson’s disease and DLB.
  • “Caffeine for treatment of Parkinson disease. A randomized controlled trial” –  Ronald B. Postuma, Anthony E. Lang, Renato P. Munhoz, Katia Charland, Amelie Pelletier, Mariana Moscovich, Luciane Filla, Debora Zanatta, Silvia Rios Romenets, Robert Altman, Rosa Chuang, Binit Shah – August 14, 2012 – Neurology

IL CONSUMO DI SALE E LE CONSEGUENZE PER LA NOSTRA SALUTE

Il sale da cucina è composto da cloro e sodio. E’ un catione extracellulare utile per regolare la distribuzione dell’acqua nei tessuti, l’equilibrio acido-base, per la pompa sodio potassio.
Si trova in maniera scarsa nei vegetali e negli alimenti animali, spesso è apprezzato per il suo gusto.

Nell’alimentazione dell’uomo preistorico era più scarso, pertanto coloro che lo utilizzavano maggiormente miglioravano la risposta dell’organismo allo stress, grazie al meccanismo della regolazione dell’angiotensina, in quanto il sale (NaCl) procurava una maggiore “spinta” surrenalica.

Oggi le condizioni fisiche e sociali sono diverse da allora, introduciamo tantissimo sodio, spesso inconsapevolmente, determinando così seri problemi di salute al nostro organismo.

STUDI EPIDEMIOLOGICI

Come raccomanda l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sulla base di forti e consolidate evidenze scientifiche, nell’alimentazione è consigliato un consumo di sale inferiore a 5/6 grammi al giorno (più o meno quelli contenuti in un cucchiaino da tè), che corrispondono a circa 2 grammi di sodio. Il sale da cucina (o cloruro di sodio, NaCl), infatti, favorisce l’aumento della pressione arteriosa, principale causa di infarto e ictus, la calcolosi renale, l’osteoporosi, alcuni tumori, in particolare quello allo stomaco.

Lo studio Intersalt, condotto su oltre 10.000 persone sane di 52 popolazioni in 32 Paesi, ha dimostrato chiaramente che maggiore è il consumo abituale di sale nella popolazione, più forte è la tendenza all’aumento dei valori della pressione arteriosa con l’avanzare dell’età.

Le persone che utilizzano più sale è più facile che mangino di più e quindi ingrassino più facilmente. Inoltre, numerosi studi indicano che diminuendo il consumo di sodio a meno di 2 grammi al giorno, si potrebbe ridurre la pressione sistolica (massima) fino a 8 millimetri di mercurio (mmHg) e la diastolica (minima) fino a 4 mmHg, riduzione importante per chi soffre di ipertensione, ma altrettanto importante per mantenere la pressione arteriosa ad un livello favorevole.

Lo studio inoltre ha evidenziato che gli indiani Yanomami del Brasile, che avevano una dieta a base di banane, erano quelli con un consumo più basso di sale, una media di 50 mg di sodio al giorno, circa 200 volte meno di un americano medio (un burger contiene circa 1500 mg, cioè un mese di consumo medio di sodio di un indiano del Brasile).

Inoltre, la pressione arteriosa di un indiano yanomami si attestava a circa 90/61, senza avere un aumento pressorio con l’età, come invece è avvenuto nei paesi industrializzati nell’ultimo secolo.

All’estremo opposto, i giapponesi, hanno un consumo più elevato di sale del mondo (zuppa di miso, salsa di soia, vegetali fermentati), che va di pari passo con una maggiore incidenza di ictus, 57 volte maggiore che negli USA. Nella prefettura di Akita, una zona del Giappone, dove il consumo medio era di 27 grammi di sodio al giorno, la frequenza di ictus è stata valutata 10 volte di più che negli USA. La persona più estrema consumava 61 grammi di sodio al giorno, pari a 3 anni e 3 mesi il consumo di sodio di un indiano Yanomami del Brasile.

STUDIO FINLANDESE

Un gruppo di ricercatori finlandesi ha valutato il rapporto di assunzione di sale e lo sviluppo di insufficienza cardiaca in uno studio prospettico di follow up su 4630 soggetti, di età compresa tra 25 e 64 anni, che avevano partecipato allo studio North Karelia Salt e allo studio National FINRISK tra il 1979 e il 2002 in Finlandia.

La raccolta dati di base comprendeva un questionario autogestito sul comportamento in termini di salute, misurazioni di peso, altezza e pressione sanguigna, un campione di sangue venoso per analisi di laboratorio e la raccolta di un campione di urina nelle 24 ore. Gli infermieri hanno misurato il volume delle urine e hanno preso un campione da 100 ml per l’analisi di laboratorio. Un grammo di assunzione di sale è stato calcolato come pari a 17,1 mmol di escrezione di sodio.

La coorte di studio è stata seguita per 12 anni attraverso il collegamento computerizzato al registro National Health Records. I partecipanti sono stati suddivisi in cinque classi di consumo: meno di 6,8 grammi di sale al giorno; da 6,8 a 8,8 grammi; da 8,8 a 10,9 grammi; da 10,96 a 13,7 grammi e oltre i 13,7 grammi di sale al giorno collegando questa assunzione al rischio di un nuovo fenomeno di insufficienza cardiaca.

Considerando età, sesso, anno di studio e dopo aver aggiustato il tutto per pressione sanguigna sistolica, livelli di colesterolo totale e indice di massa corporea, chi assumeva meno di 6,8 grammi al giorno aveva un rischio pari a 1; il rischio cresce a 1,13 nella seconda classe di pazienti (consumo da 6,8 a 8,8 grammi), 1,45 nella terza (da 8,8 a 10,9 grammi), 1,56 nella quarta (da 10,96 a 13,7 grammi) fino quasi a raddoppiare (1,75) in chi consumava oltre 13,7 grammi di sale al giorno.

Il prof. Jousilahti ha evidenziato: “Il cuore non ama il sale. L’elevata assunzione di sale aumenta notevolmente il rischio di insufficienza cardiaca e questo aumento correlato al sale è indipendente dalla pressione sanguigna. Le persone che consumavano più di 13,7 grammi di sale ogni giorno avevano un rischio di danno più elevato di due volte rispetto a quelli che consumavano meno di 6,8 grammi”, ha proseguito. “L’assunzione giornaliera di sale dovrebbe essere anche inferiore a 6,8 grammi come raccomandato dall’OMS”.

Una campagna EDUCATIVA sul consumo di sale durata 30 anni in Finlandia, ha ridotto dell’80% il rischio di ictus e altre malattie cardiovascolari derivanti dal suo uso.

SITUAZIONE ITALIANA

Molti italiani credono che non usando la saliera riducono i rischi di assunzione di sale da cucina. In realtà, solo il 10% di sale è introdotto a tavola o in cucina durante la preparazione dei cibi, mentre un altro 10% è già presente negli alimenti di origine animale.

Infine la restante parte, un abbondante 80%, è sale aggiunto dall’industria alimentare durante la ristorazione negli alimenti. Questo sale, da noi non aggiunto, ma presente ugualmente nell’alimentazione, viene definito sale OCCULTO.

EFFETTI NOCIVI RICONOSCIUTI IN AMBITO SCIENTIFICO DEL SALE:

1- AUMENTO DELLA RITENZIONE IDRICA

2- AUMENTO PRESSORIO

3- AUMENTO DEI FATTORI DI RISCHIO CARDIOVASCOLARE PER IRRIGIDIMENTO DEI VASI SANGUIGNI

4- ECCESSIVA AGGREGAZIONE PIASTRINICA

5- IPERTROFIA DEL VENTRICOLO SINISTRO

6- AUMENTO DEL TUMORE NELLO STOMACO: per stress causato nella mucosa gastrica

7- FRAGILITÀ OSSEA: dovuta al Cloro, antagonista del Calcio

8- RISCHIO DI OBESITÀ: in quanto induce sete e rischio di assunzione di bevande dolci o arricchite di zucchero

9- AUMENTO DEL GLUCOSIO: l’eccessivo consumo di sale influenza l’assorbimento intestinale e renale di glucosio, attraverso i trasportatori SGLUT 1 E SGLUT 2. In medicina, gli inibitori delle alfa-glucosidasi intestinali ritardano l’assorbimento del glucosio alimentare, mentre gli inibitori del trasportatore renale del glucosio SGLUT-2 aumentano l’eliminazione renale del glucosio.

10- ECCITOTOSSICITA’ DEL SALE SODICO DELL’ACIDO GLUTAMMICO: è il principale mediatore eccitatorio del sistema nervoso centrale. Diversi studi sono orientati a valutare la sua possibile funzione nociva sul sistema nervoso centrale. Secondo diversi studiosi a concentrazioni elevate, le cellule subiscono un danno alla guaina mielinica e un processo di morte cellulare ritardata, chiamato “eccitotossicità”. Il glutammato monosodico sarebbe imputato in tal senso. La FDA (Food Drug Administration) non riconosce il pericolo immediato ed a lungo termine che può essere causato alla popolazione dall’aggiunta di eccitotossine come MSG, proteine vegetali idrolizzate e aspartame al cibo. Non esistendo prove ancora certe sul rischio per la salute del glutammato, si può sempre ricorrere come prevenzione ad adeguati livelli di ascorbato al fine di peoteggere il nostro cervello contro l’eccitotossicità neuronale. L’acido ascorbico infatti, svolge un ruolo fondamentale nella regolazione neurocomportamentale e del sistema dopaminergico.

11- CAMBIO DELLA POLARITÀ CELLULARE: un aumento di sodio determina uno squilibrio della matrice extracellulare, attivando così le pompe sodio/potassio. Questo permetterebbe di fare entrare atomi di sodio nel citosol facendo defluire all’esterno quelli di potassio, calcio e magnesio presenti nello spazio intracellulare, cambiando così la polarità da positiva e negativa. Il risultato sarà una perdita di integrità cellulare e raggrinzimento/invecchiamento della stessa.

12- AUMENTO DELLE NEFROPATIE DIABETICHE E MALATTIE AUTOIMMUNI: un modesto aumento della concentrazione salina induce l’espressione di SGK1 (Serina treonina proteinchinasi), promuove l’espressione di IL-23R e migliora la differenziazione delle cellule TH17 in vitro e in vivo, accelerando lo sviluppo di autoimmunità. Un fattore ambientale come una dieta ricca di sale innesca lo sviluppo di TH17 e promuove l’infiammazione dei tessuti. Inoltre, l’espressione di questo gene negli epatociti è stimolata dal fattore di crescita trasformante beta (TGF-β) che partecipa alla fisiopatologia delle complicanze del diabete. Poiché entrambe le espressioni del TGF-β e del SGK sono elevate nella nefropatia diabetica, si ritiene che vi sia un coinvolgimento del SGK nello sviluppo di questa condizione.

PREVENZIONE: CONTROLLIAMO LE ETICHETTE DEGLI ALIMENTI CONFEZIONATI

A) Una porzione di patatine fritte di McDonald ha circa 875 mg di sale (aggiunto con la saliera perché le patate lo contengono poco);
B ) Alcune torte al cioccolato di alcune catene presenti nei centri commerciali, nonostante siano dolci, contengono in media circa 1050 mg di sale;
C) Il bicarbonato di sodio, utilizzato nella preparazione di cibi dolci e salati, contiene una quantità alta di sale;
D) Il glutammato monosodico (dado, ecc.) è un’altra fonte di sale che si aggiunge alle altre;
E) Il nitrato di sodio (usato per evitare l’imbrunimento delle carni, come fertilizzante e nei concimi) è una quantità di sale occulto spesso non considerato.

FABBISOGNO E SOGLIA MASSIMA DI SALE DA UTILIZZARE

• Il fabbisogno giornaliero è di 200 mg die
• Il limite massimo giornaliero da non superare è stato fissato pari a 2400 mg die (2,4 grammi di sodio e circa 6 grammi di sale, in quanto il sale da cucina è composto dal 30% di sodio e 70% da cloro).
La quantità di sei grammi di sale al giorno, limite massimo, equivalgono a circa un cucchiaino colmo da caffè. La stragrande maggioranza della popolazione italiana, spesso inconsapevolmente, supera di gran lunga questo quantitativo, con un impatto nocivo sulla salute.

ALCUNI ESEMPI:

Poniamo il caso che la nostra alimentazione giornaliera sia composta in questo modo:
– COLAZIONE con 5 biscotti (mulino bianco, ecc.), che contengono 110 mg di sale per biscotto (in totale 550 mg di sale) – 10% del limite massimo;
– PRANZO: toast con prosciutto crudo e sottiletta (il pane contiene 295 mg di sale per fetta, 550 mg totale), (50 grammi di prosciutto crudo equivalgono invece a 2250 mg di sale, 2,25 grammi), (2 sottilette pari a 50 grammi, contengono circa 850 mg per sottiletta, pari a 1700 mg totale di sale);

RIASSUMENDO, SECONDO L’ESEMPIO RIPORTATO SOPRA, COLAZIONE E PRANZO VELOCE EQUIVALGONO A 4500 MG DI SALE (4,5 grammi), CIRCA IL 75% DEL MASSIMO DI SALE DA NON SUPERARE AL GIORNO.

Se andiamo avanti con l’esempio, arriviamo al tardo pomeriggio per un aperitivo veloce:

– APERITIVO POMERIDIANO: (olive, patatine, noccioline): 50 gr di olive pari a circa 2500 mg di sale (2,5 grammi), 50 gr di arachidi tostate contenenti 750 mg si sale (0,75 gr. di sale), 70 gr di patatine (un piccolo cestello servito al bar), pari a 1260 gr di sale (1,26 grammi di sale). LA SOSTA DOPO LAVORO HA PRODOTTO UN CONSUMO DI 4500 MG DI SALE (PARI A 4,5 GRAMMI DI SALE)
– CENA: risotto pronto con funghi + parmigiano (equivalenti a 5600 mg il riso, 500 mg un cucchiaio di formaggio grattugiato, totale 6100 mg di sale pari a 6,10 grammi)
– SNACK DURANTE LA TV (2-3 biscotti con ognuno 330 mg di sale pari a 990 mg di sale – 0,99 grammi)
– TOTALE DI SALE INTRODOTTO nella seconda parte della giornata: 11,59 grammi di sale

TOTALE CONSUMATO DI SALE DURANTE LA GIORNATA EQUIVALENTE A 16.090 GRAMMI PARI A 16,09 GRAMMI (IL DOPPIO DEL LIMITE MASSIMO RACCOMANDATO). QUESTO ESEMPIO E’ STATO MINIMIZZATO AL MASSIMO, TEDENDO CONTO CHE LA STRAGRANDE MAGGIORANZA DELLA POPOLAZIONE HA IN MEDIA UN CONSUMO PIU’ ALTO DI SALE AL GIORNO.

ALTRI ALIMENTI COMUNEMENTE CONSUMATI: (wurstel in busta, pesto già pronto e salse varie, salmone affumicato, cotechino in busta, filetti di baccalà in salamoia (21 grammi di sale su 100 gr), salumi, formaggi, sughi pronti, pane e biscotti lievitati, ecc. tutti ricchissimi in sale.
Il sale viene aggiunto dalle aziende perché a basso costo e perché piace come gusto al consumatore.

ACCORGIMENTI E REGOLE PER NOI CONSUMATORI

• Privilegiare sempre i prodotti freschi (un salmone fresco contiene 5 volte meno sale di quello affumicato, le patatine del fast food contengono 13 volte più sale di quelle fatte in casa);
• Leggere sempre le etichette per valutare il contenuto di sale nei vari prodotti;
• Quando mangiamo fuori chiediamo sempre che venga usato poco sale;
• Facciamo uso di condimenti alternativi per insaporire il cibo al posto del sale (spezie, erbe aromatiche, senape, limone, cipolla, zenzero, ecc).

RIEDUCHIAMO IL NOSTRO GUSTO

Riducendo il sale si rieduca la soglia di percezione del salato (TRPV1 taste), che si assestera’ dopo circa una/due settimane. In questo modo potremo evitare rischi per la nostra salute.

• “Diet, Nutrition and the Prevention of Chronic Diseases”. Report of a joint WHO/FAO expert consultation. WHO Technical Report Series 916/2003 e il documento Oms “Sodium intake for adults and children”, 2012
• “Effects of Diet and Sodium Intake on Blood Pressure: Subgroup Analysis of the DASH-Sodium Trial”, Ann Intern Med. 2001;135:1019-1028
• “Effect of modest salt reduction on blood pressure: a meta-analysis of randomized trials. Implications for public health”, Journal of Human Hypertension 2002;16:761–70
• “Seventh Report of the Joint National Committee on Prevention, Detection, Evaluation, and Treatment of High Blood Pressure”, Hypertension 2003;42:1206-1252
• “Associations of urinary sodium excretion with cardiovascular events in individuals with and without hypertension: a pooled analysis of data from four studies”, The Lancet, 20 maggio 2016
• “Experts criticize new study about salt consumption” pubblicato dall’American Heart Association il 20 maggio 2016
• Glob Cardiol Sci Pract. 2018 Jun 30 – The North Karelia Project: Cardiovascular disease prevention in Finland – Erkki Vartiainencorresponding author
• SGK1 serum/glucocorticoid regulated kinase 1 – Gene ID: 24-Feb-2019
• “Sodium-glucose transport: role in diabetes mellitus and potential clinical implications “ Curr Opin Nephrol Hypertens. 2010 Sep – Vallon V1, Sharma K
• “Induction of pathogenic Th17 cells by inducible salt sensing kinase SGK1” – Nature 2013 April 25 – Chuan Wu, Nir Yosef, Theresa Thalhamer, Chen Zhu, Sheng Xiao, Yasuhiro Kishi, Aviv Regev, and Vijay Kuchroo

FUNGHI MEDICINALI E ALTRI RIMEDI CONTRO LA CANDIDA ALBICANS (E ALTRE SPECIE DI CANDIDA)

La Micoterapia è una forma di terapia che utilizza i funghi o i loro metaboliti secondari, a scopo benefico, come rimedio preventivo e/o integrativo. Esistono in commercio diversi tipi di “funghi medicinali”, composti da funghi essiccati, polverizzati e incapsulati noti come “totum”, oppure da estratti, che a seconda del solvente utilizzato, danno origine a prodotti con indicazioni specifiche e distinte. Numerose sostanze contenute nella polvere dell’intero fungo mancano nell’estratto (a seconda del tipo di estrazione). Pertanto possiamo dedurre che l’assenza di molti composti bioattivi non permette il lavoro di tutte le sostanze in sinergia e quindi di svolgere un’azione adattogena sull’organismo e di riequilibrio del sistema immunitario. Secondo alcuni studiosi l’utilizzo di singoli estratti può in alcuni casi aumentare lo squilibrio organico e provocare problematiche infiammatorie e di shift della bilancia immunitaria (autoimmunità). Sempre secondo alcuni autori, usare solo gli estratti secchi fa perdere la capacità di detossificazione epatica, riduce il potere di chelazione ed eliminazione delle tossine da parte dei funghi (tossine, xenobiotici, metalli tossici). Gli estratti del micelio o corpo fruttifero del Reishi o Ganoderma Lucidum, tanto per fare un esempio, non presenteranno molte delle sostanze importanti (triterpeni ad azione antinfiammatoria, Ferro, Zinco, Rame, Manganese, Magnesio, Potassio, Calcio, Germanio, steroli precursori ormonali, ecc.). E’ anche vero però, che nel fungo intero possono essere presenti anche spore (allergeni in soggetti predisposti), chitina (polimero di N-acetilglucosamina). La chitina è presente ad esempio nell’eso-scheletro degli insetti ed è un rivestimento della parete cellulare della Candida. Questo polimero potrebbe scatenare in alcuni soggetti delle reazioni avverse (aumento del gonfiore intestinale, allergie, ecc.), sia perché difficilmente degradata nello stomaco per la scarsa presenza dell’enzima chitinasi e per la sua affinità con la parete cellulare della candida. Quando si utilizzano funghi a scopo terapeutico, è consigliabile verificare lo stato intestinale e porre attenzione se si è affetti da candida. In questi casi, dopo opportuna bonifica intestinale sarà possibile utilizzare i funghi interi, in caso contrario sarebbe preferibile il solo utilizzo degli estratti.

 

ALCUNI SUGGERIMENTI A SOSTEGNO PER IL TRATTAMENTO DELLA CANDIDA

 

BETA-L,3D-GLUCANO (FUNGHI MEDICINALI)

E’ un polisaccaride che esplica un’azione regolatoria del sistema immunitario. La cellula macrofaga, una volta individuata la presenza di beta-1 ,3D-glucano, produrrà un’attivazione immunitaria generalizzata non-specifica, in questo caso contro la candida.

 

ACIDO BORICO

Viene utilizzato come antisettico, insetticida e disinfettante. Ottenuto per idratazione dell’anidride carbonica, è usato nei laboratori farmaceutici soprattutto per le sue proprietà antisettiche. L’acido borico è in grado di esplicare la sua azione antisettica attraverso la denaturazione delle proteine di membrana e delle proteine intracellulari dei microorganismi patogeni, che si vogliono eliminare dalle aree di cute interessate. Per la candida può essere usato anche in loco. Anche se non necessita di ricetta medica e può essere acquistato tranquillamente, consiglio sempre di consultare un medico durante la sua assunzione, in quanto potrebbe dare reazioni avverse.

 

LATTOFERRINA

  • Glicoproteina legante il ferro della famiglia della transferrina presente nei secreti dei mammiferi
  • E’ presente nei granuli dei polimorfonucleati e fa parte dell’immunità innata
  • Stimola l’attività del lisozima
  • Ha un ruolo fondamentale nelle difese dell’organismo e possiede attivita’ antibatterica, antivirale ed antifungina
  • L’attività antifungina si esplica in particolare contro il genere Candida

 

TEA TREE OIL (TTO) – OLIO ESSENZIALE DI MELALEUCA ALTERNIFOLIA

  • Il Terpinen-4-olo è il principale principio attivo

Azione del TTO:

  • Azione sulla permeabilità di membrana
  • Aumentata la clearence della Candida
  • Alterazioni della cromatina
  • Rallentamento della crescita

 

PSEUDOWINTERA COLORATA

Come agisce:

  • danneggia la parete fungina
  • altera la permeabilità di membrana

 

PROBIOTICI

Sono utili perché producono sostanze biosurfattanti che riducono la crescita dei microrganismi patogeni  (candida compresa), inibendo la loro adesione nel tratto urogenitale. Tra i probiotici più idonei:

  • Lactobacillus rhamnosus GR-1
  • Lactobacillus fermentum RC-14
  • Lactobacillus acidophilus

 

 

Ricordiamo quali sono solo alcuni fattori predisponenti la candida (dalla forma asintomatica a quella sintomatica)

 

  • Antibioticoterapia protratta
  • Cortisone (iperglicemizzante, causa di indebolimento delle difese immunitarie)
  • Contraccettivi orali: alti livelli di estrogeni favoriscono la crescita della candida
  • Iperglicemia: la presenza di zuccheri favorisce l’azione patogena di questi funghi
  • Stress mentale e fisico: ansia, interventi chirurgici, virus, surmenage fisico e intellettuale
  • Cortisolo alto e stress surrenalico
  • Anemia, alcolismo, tabagismo, inquinamento
  • Metalli tossici (mercurio, ecc.)
  • Infiammazione intestinale
  • Alimentazione errata